Mar 20, 2012

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Bavčar Evgen: “Meta-visioni”

Bavčar Evgen: “Meta-visioni”

BAVČAR EVGEN: “META-VISIONI”

Letture ermeneutiche parte 4

Evgen Bavčar, è nato a Locavec in Slovenia nel 1946, parla correttamente 5 lingue. Nelle sue immagini sono presenti riflessioni estetico-filosofiche, quelle stesse discipline in cui ha ottenuto una laurea e un dottorato. Fotografo e filosofo dunque. Fin qui niente di dissimile dalle biografie di altri fotografi in cui l’immagine diventa visione personale grazie a sincretismi fecondi, se non fosse che Bavčar è non-vedente dall’età di 12 anni.  Ciò ovviamente pone le sue “visioni” in un ambito completamente dissimile dagli altri fotografi ed offre un indubbio spunto per ripensare radicalmente l’immagine in rapporto alla fotografia.

Stupisce il fatto che abbia scelto proprio la fotografia così indissolubilmente legata all’organo della vista, per descrivere il mondo. La domanda è immediata:”Come fa a fotografare?” Risponde Bavčar direttamente “Mi dovete chiedere non come ma perché fotografo. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce. Poi scelgo le mie foto facendomi consigliare da amici, con lo sguardo libero da ossessioni personali.”

Vediamo di capire perché abbia deciso di fotografare, come intenda questo medium, cosa sia per lui  la descrizione e la conseguente rappresentazione del mondo.

Bavčar ritiene che il passaggio logico che lega la visione all’immagine sia formalmente errato in quanto assolutizza il concetto di visione facendone dominio del solo organo della vista. In realtà, sostiene, esiste una vista interiore o “terzo occhio” con cui si può dar vita ad immagini proiettandole nel mondo tramite l’ausilio della macchina. L’atto del “vedere” e di conseguenza le immagini,  conservano tutta la pregnanza del termine latino “videor” che significa anche “vedere con l’animo e con la mente”, “percepire con i sensi”.

Bavčar sostiene che la cecità gli ha regalato maggior consapevolezza, un rapporto più profondo con i soggetti che fotografa e quell’archivio della memoria che si porta dietro dai suoi 12 anni è diventato fonte di inesauribili meditazioni che esprime incidendo e scrivendo sulle fotografie, tracciando segni magici, servendosi dell’ausilio di torce e inserendo oggetti sulla scena; fotografia che diventa racconto, pittura, performance.

E quali sono le immagini che Bavčar ci regala? Immagini interiori, ricordi, la luce che un tempo ha visto, non vede più ma che non ha mai dimenticato trasformandosi in luce meta-fisica, fotografa un mondo che ha conosciuto e che adesso è relegato nel buio assoluto. “Fotografo perché la fotografia è nata con l’invenzione della camera oscura e quindi del buio meccanico (…) e noi ciechi viviamo nel buio, una camera oscura esistenziale che è tutto il mondo”.

Bavčar ricorda, “sente”, percepisce come un radar, rielabora dentro di se’- camera oscura vivente – e trasforma le “idee” intese alla maniera platonica come “disegni della mente” in immagini affinchè gli altri possano “vederle con la vista” e restituirgliele tramite la descrizione.

Diversa anche l’interazione tra fotografo e fruitore finale: chi guarda le sue fotografie spesso è chiamato a descrivergliele, descrizioni che generano nuove sensazioni e dunque ulteriori rielaborazioni che produrranno ancora immagini.

Meta-visione, meta-comunicazione:  la comprensione del lavoro di Bavčar inizia laddove accettiamo la sfida di voler scardinare i paradigmi abitualmente considerati come unici e possibili in ambito visivo. “Meta” come prefisso che indica “superamento”, un richiamo a qualcosa che va oltre l’immediatamente conoscibile e ancora, “meta” come prefisso che indica “attraversamento” e “mezzo” per conoscere.  Ricchezza dei termini greci che accorre in ausilio di nuove visioni.

Bavčar è un fotografo da “vedere” e ascoltare: numerose sono le interviste registrate nelle quali ci prende per mano accompagnandoci nei suoi due mondi, il visibile e l’invisibile. E’ difficile comprendere se non proviamo almeno per una volta a chiudere gli occhi per vedere diversamente; “Ricordatevi la favola del Re Nudo” dice Bavčar “ tutti vedevano ma nessuno vedeva veramente”, tranne un bambino, aggiungiamo noi, quel bambino libero da schemi e pregiudizi che Bavčar ci invita a non dimenticare

Alessia Lombardi

Firenze, 16 marzo 2012

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[1] Il libro di riferimento è Evgen Bavcar. Nostalgia della luce. Edizioni Motta.

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  1. Il Direttore says:

    Con questo quarto Post Alessia Lombardi termina la pubblicazione del suo primo progetto pensato per Agorà Di Cult.
    Siamo grati alla sua illuminante iniziativa che, oltre a contribuire nel dare senso al Blog, ha lanciato un primo modello di come si possono presentare i fotografi ed insieme a loro i generi fotografici ed i messaggi da loro formulati. Ci auguriamo che Alessia, forte di questa bella esperienza, proponga suoi nuovi progetti.
    Silvano Bicocchi

  2. franca catellani says:

    Straordinario , le opere di Bavcar stupiscono per la capacità di esplorazione ed esaltazione della luce –Una luce magica ,onirica, lontana, una luce propria –una fotografia dell’anima che svela il pensiero della mente -il mito della caverna di Platone? Gli uomini sono come tanti prigioneri incatenati con la faccia rivolta verso il fondo della caverna in cui sono rinchiusi.
    Alle loro spalle scorrono delle statuette, di cui vedono le ombre proiettare sulla parete che sta loro di fronte. Pensano che quelle ombre siano cose reali, finché non riescono a liberarsi dalle loro catene. Così finalmente vedono e si accorgono che le ombre erano solo le immagini delle statue, e che quelle statue sono a loro volta copie di oggetti reali che stanno fuori dalla caverna. I prigionieri, una volta usciti dalla caverna, siccome sono accecati dalla luce improvvisa a cui non sono abituati, non possono vedere ancora direttamente gli oggetti reali, ma solo le loro figure riflesse nell’acqua.
    Nel buio vivono le nostre metafore, i nostri riflessi ,la natura ci ha dotati di 5 sensi ma nessuno di noi riesce ad usarli tutti alla massima esponenza , Evgen sicuramente avrà dovuto affrontare con difficoltà alcuni aspetti tecnici, ma la rara sensibilità e la immaginazione creativa di questo autore sono incredibili ,personaggi ,oggetti , paesaggi che escono dal buio per illuminare noi che li guardiamo.
    Scusate se ho riportato il mito della caverna di Platone per esteso,non avendo studiato filosofia,da alcuni anni con l’incontro della fotografia lo sento citare spesso e forse qualcuno come me non lo conosce

  3. Teofilo CELANI says:

    Un ringraziamento speciale ad Alessia per aver condiviso con noi le immagini e la vicenda umana di questo Autore.
    Nel buio della sua condizione fisica Evgen percepisce le vibrazioni del mondo circostante e, con esse, l’archetipo del Significato.
    Da qui il mio tacito stupore e dal silenzio, rivolgo a lui, con le parole di S. Matteo, un augurio:
    ‘lascia che la tua luce splenda di fronte agli uomini affinché essi vedano le tue opere migliori’.

  4. Questo autore – che non conoscevo – mi ha fatto ricordare che su “Il Fotoamatore” n°2 di marzo/aprile 1986 (bimestrale della FIAF), avevano pubblicato un mio articoletto in cui scrivevo tra le altre cose: “tempo fa all’angolo di una strada ho incontrato una persona cieca: l’improvviso e spontaneo confronto tra lei e me mi ha fatto pensare all’importanza del dono della vista… possiamo dare un colore ai profumi, possiamo dare forma ai suoni, possiamo dare dei contorni ben precisi alla luce…”

    Ancora oggi, dopo 26 anni, ricordo con chiarezza chi era quella persona, dove l’ho incontrata e che era una giornata grigia di pioggia… effettivamente si tratta proprio di “vedere con l’animo e la mente”.

    In questo modo – per concludere con un altro estratto dal mio articolo – “…con la fotografia, ci assumiamo la responsabilità di custodire il passato, di testimoniare il presente e di preparare il futuro”.

  5. Grazie Alessia per la scelta dei fotografi e delle immagini proposte nei tuoi interventi che hanno fatto, e fanno riflettere, e arricchiscono cultura e sensibilità di tutti noi. Lugo

  6. Negli ultimi anni o almeno da dopo il famosissimo WC di Duchamp, l’arte ha spasmodicamente cercato di rompere i propri canoni, di andare oltre, di essere alternativa spesso bissando il banale o il ridicolo. Trovo frequente nel concetto classico di “meta” inteso come superamento/oltre una certa ossessione.
    A dire la mia preferisco il significato usato in chimica che si traduce in complesso, articolato e non necessariemente in oltre.
    Le foto di Evgen Bavčar sono fantasticamente e obligatoriamente non razionali nella relizzazione ma sono filtrate dalla scelta fatta dagli amici sicuramente più “convenzionale” e questo è un peccato. In questi giorni una sua esposizione termina a Roma.

  7. Una brevissima disamina teorica obbligatoria e rilevante in ambito critico. Ringrazio Michele per avermi offerto lo spunto.
    – Post 4 “letture ermeneutiche”inquadra l’ambito: filosofia teoretica; quest’ultima ha un linguaggio specifico in cui “meta” è un termine preciso, carico di valenze che sarebbe impossibile affrontare nell’interezza qui; diventa al contrario un’ossessione se si usa il termine per moda, perché da’ un’aria intellettuale e ricercata.
    Sono d’accordo che le mode e l’ignoranza – e il significato di ignoranza a cui mi riferisco è quello neutrale, latino di “ignorare” e “non conoscere se non superficialmente e per sentito dire” – generino talvolta ossessioni e giochetti linguistici ma in ambito critico ogni disciplina ha i suoi strumenti e il suo linguaggio; l’importante è capire in che contesto (scienza? ermeneutica? “chiacchiera”?) ci troviamo per muoversi di conseguenza.
    – “meta’”in greco non è sostantivo ma preposizione, si accompagna sempre ad un altro termine dando vita a cambiamenti di significato e a vari complementi (di compagnia, mezzo, modo o moto). Di per se’ non “significa” ma indica quale direzione significativa assumerà un termine a cui si unisce (in chimica tra l’altro è ancora diverso perché evidentemente non è ermeneutica). In greco esistono i casi che ci aiutano nella traduzione, in italiano è invece un limite invalicabile della lingua il non poter stabilire se il termine “visione” sia un genitivo, un accusativo o un dativo (meta-visione significa quindi oltre la visione? Per mezzo della visione? Verso la visione? Con la visione?) e allora il termine “meta” viene utilizzato con i significati propri della disciplina o ambito filosofico a cui si riferisce e sui cui paradigmi si fonda : “Letture ermeneutiche”, appunto. E’ questo l’ambito e aggiungerei: letture ermeneutiche esistenzialiste.
    E’ forse noiosa la spiegazione ma serve a far comprendere a chi non abbia familiarità profonda con le lingue classiche e con la parcellizzazione degli ambiti, quanto un termine così “piccolo” possa invece essere insidioso e apparire (o essere) il suo utilizzo come un “vezzo” soprattutto se estrapolato dal proprio ambito di riferimento. E’ doveroso mettere gli altri al corrente del “perché” e di conseguenza quando l’uso del termine sia un abuso e inesattamente utilizzato nel significato.
    Il titolo “Meta-visioni” si presenta come un pertinente uso del termine in un post ermeneutico e così la sua traduzione e significato: visione che va oltre la visione o, semplicemente “visione dopo la visione”.

    Sono decisamente d’accordo che spesso in arte regni l’esagerazione ma con un preciso distinguo: l’esagerazione può essere fine a se stessa, senza fondamento e altro fine se non quello di spingere a “chiacchierare” e allora è vuota e volgare ma può anche essere una splendida arma di provocazione e rottura degli schemi se sapientemente e scientemente fondata. Credo sia il caso di Bavcar; se qualcuno ravviserà nella sua opera un’esagerazione o bizzarria dell’arte (non capisco poi perché) o un indebito sconfinamento nell’area visiva (il che sarebbe ancora più odioso) dovrà comunque ammettere che non si tratti di esagerazione sprovveduta. Ho scritto che Bavcar è un fotografo da vedere e ascoltare: su youtube ci sono numerosi suoi interventi dai quali ognuno potrà trarre nuove considerazioni.
    Vi riporto la mia esperienza sulla mostra a Roma: davvero godibile e ben organizzata sul percorso meta(!)visivo del fotografo.

  8. Sicuramente spiazzante ma anche per questo molto intrigante. Iniziare un percorso all’interno dell’Agorà di Cult e doversi confrontare da subito con le fotografie prodotta da un autore che potrebbe sembrare un paradosso, il fotografo non vedente Evgen Bavc. Ormai quasi dipendente del navigatore satellitare mi sarei aspettato di trovare una segnalazione del punto d’interesse un poco più innanzi nel tragitto, invece la bravissima Alessia lo inserisce subito dopo la rotonda alla terza uscita a destra. Avendo tra le mani il catalogo della mostra “Arte in Italia dopo la fotografia 1850 – 2000”e leggendone il capitolo “Tennis neurale – tra filosofia e fotografia” scritto da Andrea Cortellessa, arrivo allo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino autore del romanzo Tommaso ed il fotografo cieco ovvero il Patatràc. Uno dei personaggi del racconto riporta il nome di Bartolomeo Guelfi detto “Tir” (da Tiresia per il motivo presto detto) che di professione fa appunto il fotografo benché (o meglio, proprio in quanto) cieco. Nella nota 96 del capitolo viene riportata un’intervista dove Bufalino riteneva che questa sua trovata letteraria fosse molto strampalata e di essere rimasto molto sorpreso quado è venuto a conoscenza di un caso realmente esistente, proprio quello di Evgen Bavc. Termino il mio intervento citando le parole di Cortellessa “Il paradosso per cui l’immagine fotografica non ci restituisce necessariamente la vista, ma al contrario può sottrarcela”. Maurizio Tieghi

  9. Isabella Th says:

    La prima sensazione che ho avuto guardando queste immagini, create da un autore che non conoscevo, è stata di grande piacere, e il primo aggettivo che mi è venuto in mente è stato “cristalline”.
    Non avevo ancora letto le note biografiche sull’autore e, pertanto, non sapevo della “cecità”, handicap fisico ma, certamente, non “visivo”.

    Devo dire che questa precisazione su Bavcar non mi ha meravigliato più di tanto, il talento umano è pieno di musicisti sordi, pittori afflitti dall’artrite deformante delle mani con i pennelli legati ai polsi; lui, fotografo non vedente, ha superato la sua menomazione utilizzando altri occhi, altri strumenti.

    Ma non è lo strumento che crea melodie, quadri e immagini bensì lo spirito, l’anima, la mente, loro si che sono i veri creatori, nessuna menomazione può fermare il desiderio di espressione.

    Provo meraviglia però nel percepire le vibrazioni di una maturità “visiva”; nulla in queste opere fa trapelare il segreto, come se le esperienze sensoriali, dall’età di 12 anni, fossero maturate, trasformandosi, loro malgrado, in immagini perfettamente fruibili e di grande empatia.

    Ecco che l’artista si trasforma, in tutta la sua completezza, in maestro; un mentore che ci tiene per mano e ci aiuta nel nostro percorso, nonostante la “cecità”.

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