Feb 27, 2014

Posted | 6 Comments

I’m a Man – di Andrea Severi

I’m a Man – di Andrea Severi

I’m a Man – di Andrea Severi

Noi siamo esperienza, noi siamo in ragione delle relazioni e degli incontri che facciamo nella nostra vita, incontri che lasciano una traccia.

L’uomo entra nudo nella vita e subito comincia a riempire la sua “valigia”, prima ancora che di vestiti e accessori, di emozioni e di ricordi incontrando gli altri. Con quella valigia egli viaggia tra passato e futuro, costruendo un presente che è esperienza, che è la propria irripetibile e unica vita, un viaggio meraviglioso.

E cosa accade quando in questo cammino entra la tecnologia?

Accade che in valigia si mettono…cellulari, computer, smartphone, tablet, e quanto altro…poi basta premere un tasto ed entrano …tutti i tipi di merce…così che i rapporti si rivoluzionano in ogni loro fase.

Le persone si confondono con gli oggetti, distinguere diventa difficile e con la mercificazione del soggetto, l’ eros entra ed è vissuto mediante l’etere, diffondendosi l’idea che la libertà sia avere il diritto di scegliere altre forme di piacimento rispetto all’incontro “ di pelle”.

L’immediatezza, l’impatto visivo, la curiosità, l’immaginazione…la pigrizia…rende l’autoerotismo virtuale una realtà diffusa più di quanto si possa pensare. Per incontrare qualcuno, adesso, non è più necessario alzarsi dal divano, lavarsi, mettersi in ordine ed uscire, per incontrare qualcuno…basta uno schermo e una carta di credito…basta avere una concezione di pura materia dell’uomo, e lasciare che si realizzi l’ inganno.

Ma l’uomo è sintesi di materia e spirito. L’uomo e la donna sono uguali nella natura e complementari, sono fatti per incontrarsi, per sfiorarsi col palmo delle mani e restare poi abbracciati dopo l’incontro.

La preoccupazione per il lavoro, per il denaro, per l’organizzazione della casa riducono già il tempo dedicato ad uscite e ad amici per restare sempre più in ambienti chiusi davanti a un schermo, se a questo si aggiunge anche un senso “autistico” nel gestire le emozioni e le relazioni, si resta sempre in superficie senza cogliere la profondità dell’essere. L’uomo sta mettendo a rischio se stesso, l’integrità della sua persona per una macchina da lui inventata e costruita, l’uomo di questo secolo compie un volo che è …una caduta nel vuoto.

Potrebbe forse un corpo nutrirsi e vivere con cibo virtuale?

Può, allora, l’anima assorbire e godere dell’energia dell’amore con il cybersex?

L’anima ha un desiderio di bene infinito e l’infinito ha realizzazione quando il finito è raggiunto con i sensi. Solo così si affronta la solitudine e si raggiunge quella pienezza di vita che conduce a far parte dell’Infinito.

Cosa fa invece l’uomo tecnologico?

Ricerca la felicità attraverso l’appagamento disordinato. Crede di bastare a se stesso e di essere più libero attraverso una passione disordinata che alla fine risulta essere solo delusione, col rischio di mettere in gioco gli affetti veri, quelli che lo identificano come persona che si relaziona in una società e in un ambiente. Nei rapporti virtuali manca il rivelarsi della bellezza come componente inscindibile dell’Infinito che è la ragione prima della Creazione, della natura e di tutti i suoi esseri. Manca la realizzazione dello spirito che conduce alla Luce, si crea una contraddizione che anziché portare amore, conduce sempre più verso l’isolamento e la solitudine.

Quando l’uomo resta in relazione virtuale con le cose e le persone che lo circondano con l’illusione di essere più libero, in realtà si fa schiavo della sofferenza e del turbamento interiore, venendogli a mancare totalmente i legami col mondo a cui appartiene.

Perde il giusto criterio dei valori e si lascia catturare da false gioie e attrattive che in realtà lo sottomettono e lo allontanano sempre più dalla sua natura di uomo, cioè di essere dotato di coscienza e composto di due parti, corpo e spirito, che al termine del “viaggio” devono pervenire all’unità.

Solo la corrispondenza tra le sue azioni e gli impulsi del suo cuore genera armonia interiore, ma per questo occorre la relazione con l’altro, serve un legame fisico che non è oggetto dell’immaginazione, che non è illusione, che non è una percezione intellettuale, ma è la manifestazione dell’amore che tutto crea nella logica dello scambio che genera il bene e la felicità: do ut des.

(A.S.)

 

  1. Il Direttore says:

    “I’m a Man” di Andrea Severi è un’opera animata da un’idea di narrazione artistica per la riflessione compiuta su un comportamento umano attraverso un dispositivo visivo progettato a tal fine.
    Con questo portfolio proseguiamo lo studio intrapreso sulle opere realizzate dai giovani fotografi, in particolare segnalo che Andrea è anche iscritto ad Agorà Di Cult.
    Il suo lavoro è impostato su una precisa e coerente gabbia concettuale che vede la figura sempre nelle medesime proporzioni su un fondo vuoto ed il tablet nella stessa posizione. Ad ogni tavola cambia l’immagine sul tablet e di risposta muta l’espressione del volto che esprime il rapporto con quella raffigurazione.
    L’autore ha realizzato un’opera coraggiosa perché rivela un comportamento privato con i tutti segni necessari per rendere una comunicazione diretta, chiara, di forte impatto realistico, nella quale assume particolare valore il corpo inteso come unico spazio dell’essere.
    Nel testo di presentazione Andrea Severi porta tutti i contenuti atti ad elevare il lavoro a opera morale di approfondimento di un tema, quello del desiderio promosso sulla rete web, che ha notevoli dimensioni sociali.

  2. Pieluigi Cottarelli says:

    Complimenti….bellissimo lavoro…ove anche io a volte ci cado psicologicamente (vedi facebook)

  3. Donne internet donne masturbazione pagamenti viaggi……Apologia o critica credo del villaggio globale contemporaneo. Ma io avrei aggiunto anche Facebook, Twitter, almeno un blog, se non pure la piazza “Grillina” virtuale. Il tema della solitudine dell’uomo connesso senza scampo a mio avviso meritava più immagini e meglio articolate. Così è uno scherzo simpatico 🙂

  4. Antonino Tutolo says:

    La serie fotografica è interessante ma il discorso sulla vicinanza “epidermica” a mio avviso risente di una visione romantica e nostalgica, propria di un tempo che forse non è mai veramente esistito; che ci creiamo noi, perché abbiamo bisogno di crederci.
    Da sempre gli uomini si fanno guerra per egoismo, pregiudizi razziali, di casta, religione, politica proprio per incapacità di comprendere il prossimo e dirimere civilmente le questioni di vicinato.

    Oggi la sovrappopolazione ci porta gomito a gomito con gente diversa, per cultura, storia e religione. Per fortuna, la tecnologia, tramite internet ed gli altri mezzi di comunicazione di massa, consente lo scambio di idee tra questi gruppi, che altrimenti si porrebbero istintivamente in posizione di difesa e d’attacco; visto che il diverso è da sempre considerato un potenziale nemico.

    Le tecnologie (ma in primo luogo la scoperta della stampa) hanno consentito che le energie e le conoscenze individuali si sommassero, nell’ultimo secolo, ampliandosi in modo straordinario e divenendo patrimonio comune dell’umanità; soprattutto sconfiggendo malattie e divisioni sociali.

    Guarda caso, la sofferenza umana è maggiore proprio dove non è consentito l’uso di internet e dei messi di comunicazione di massa. L’ignoranza, la suddivisione in gruppetti, di scarso peso difensivo e “contrattuale”, consente le prevaricazioni dei prepotenti.
    Dove c’è conoscenza dei problemi e condivisione delle risorse e delle volontà comuni, non c’è schiavitù, odio razziale e di diversa confessione religiosa, che durino a lungo.

    Se c’è ancora gente, ed è tanta, che non ha da mangiare è proprio perché, da sempre, l’egoismo di certi popoli, soprattutto dei loro capobranco (perché di lupi si tratta), ha espropriato, a proprio personale ed esclusivo beneficio, le ricchezze di tutti, grazie all’ignoranza ed alla povertà tecnologica dei sottomessi.
    Il “Mors tua vita mea” non è certo dovuto alla tecnologia.

    L’amico con cui discorri e condividi gli umori ed i problemi “a pelle”, è quello che ti sta vicino, che ti fa comodo, che sopporta almeno per il momento il tuo egoismo. Ma domani gli interessi cambieranno; ognuno si chiuderà nel suo ambito più ristretto e tutto quello che accade fuori del portoncino di casa risulterà indifferente.
    Il vicino potrà essere morto, solo in casa sua, da una settimana, ed i “suoi” stessi figli non se ne saranno accorti

    Il problema di oggi deriva dal “logorio della vita moderna”, come diceva quella vecchia pubblicità di un liquore. Ma non è uno spiacevole effetto collaterale della tecnologia. Occorre fare distinzione.

    La società contemporanea è molto più complessa di quella che viveva nei paesini e nei cortili dei palazzi, dove il “mal comune era mezzo gaudio”. Un tempo i genitori lavoravano in casa, o almeno la madre. Nelle famiglie i nonni molto più vicini di oggi, perché conviventi, aiutavano a crescere i nipoti, seguendoli negli anni di formazione della loro personalità. Il diploma era appannaggio dei più ricchi; solo in casi rari anche di qualcuno più dotato e povero.

    Oggi su questa terra siamo in troppi. Gli spazi vitali si stanno restringendo eppure ci stiamo allontanando. Dobbiamo convivere spalla a spalla; ma è difficile vincere le diffidenze tra simili, solo apparentemente diversi. E’ molto più difficile catalogare e condividere problemi ed esigenze di una massa enorme di persone che ci passa intorno nelle strade e nei luoghi pubblici. Quindi, curiosamente, più ci avviciniamo l’un l’altro, più finiamo con l’invadere lo spazio vitale individuale, risultando estranei e quindi possibili concorrenti. Anzi nemici.
    Se oggi i giovani faticano a distinguere tra reale ed virtuale è perché “il reale” è molto più difficile da comprendere del più logico e semplicistico virtuale.

    La comunicazione fa condividere le esigenze e le difficoltà individuali. Ma la soluzione del problema di base, la convivenza, è lontana da venire.
    Per fortuna ci sono, appunto, anche grazie ad internet, gli amici di tastiera, che ci aiutano a comprendere.
    Un tempo si chiamavano di penna.
    Ma erano davvero pochi a saperla usare, la penna.

    Antonino Tutolo

  5. Elisabetta Gamberini says:

    Un lavoro proprio interessante, con un prologo che evidenzia un’analisi molto accurata del tema trattato e con immagini che comunicano in modo diretto ed intuitivo la riflessione che ha originato il bisogno di realizzarlo.
    Bravo Andrea!

  6. Massimo Pascutti says:

    L’appassionata e dettagliata presentazione del proprio lavoro da parte di Andrea Severi, ci porta a spostare la nostra attenzione su un problema, il sesso virtuale, che sta diventando sempre più una piaga sociale e che è solo un aspetto del fenomeno più diffuso dell’invasione della tecnologia nelle nostre esistenze.Ebbene dopo questa presentazione,mi sarei aspettato un’analisi un po’ più approfondita attraverso delle immagini di impatto e di ricerca:mi trovo a dover concordare invece con Gianni Quaresima. Il risultato a mio avviso è quello di un simpatico giochetto, ben realizzato sicuramente , ma che non riesce ad essere sufficientemente graffiante, accontentandosi di darci una lettura un po’ “facile” dell’argomento.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.