Feb 8, 2015

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Silenzio in aula-di E. Franco a cura di F. Raschiatore

Silenzio in aula-di E. Franco a cura di F. Raschiatore

SILENZIO IN AULA – di EMANUELE FRANCO, a cura di Fausto Raschiatore

 

Siamo a scuola, all’interno di una classe nella quale un docente-fotografo nei momenti in cui la classe è assente, indaga, legge iconicamente e interpreta attraverso il mirino della sua macchina il proprio spazio di lavoro, il proprio mondo scolastico, la propria dimensione e quella dei suoi allievi. Egli osserva l’Aula “vuota”, con attenzione e rigore, ispirato dalla propria sensibilità. Indagare l’Aula, significa “vivere” l’unità simbolo da cui partono i primi approdi relazionali di ognuno di noi. L’Aula di una Scuola Media è un contesto estremamente articolato e complesso. E questa lo è in modo particolare. Nell’ambito della collaborazione fra Polifemo (Mi), PhotoGallery (Fi) e CivicoCinque (Ve) è nata l’idea di organizzare la mostra fotografica “Silenzio in aula”. Trentaquattro scatti di Emanuele Franco, docente di Lettere nella scuola media e fotografo per vocazione. L’allestimento, chiuso sul finire del 2014, è stato organizzato nei locali dell’Associazione Polifemo/Milano. Un lavoro interessante che ha raccolto consensi dal pubblico e dalla critica anche per il taglio che presenta un tratteggio singolare e dei contenuti particolari, attuali, accattivanti. “Silenzio in aula” nasce dalla sensibilità di Emanuele Franco, autore attento al sociale e al contemporaneo, che vive e lavora a Manduria, in provincia di Taranto.

Racconta l’autore: Passando mediamente quattro ore al giorno nelle aule scolastiche per via del mio lavoro, non potevo fare a meno di notare le pareti piene di scritte, disegni, figure incollate. Sulle prime ho pensato come tutti: ma guarda che vandali! Poi ho cominciato a provare curiosità… Sguardo dopo sguardo, mi son detto che quei segni dovevano avere un altro significato, o forse più d’uno, sicché ho pensato di avviare una ricerca per tentare di comprendere il rapporto tra studenti e scuola, intesa sia come luogo fisico, sia come istituzione deputata all’istruzione. In questa ricerca non vi è alcuna intenzione giudicante. Esprimersi sul modo in cui gli studenti stanno a scuola e la vivono diventa difficile per un adulto che riveste un ruolo allinterno di una istituzione. Il rischio è che ogni giudizio sia viziato dalle implicazioni che la professione docente porta con sé. L’obiettivo dellindagine sta piuttosto nel tentare di decifrare, senza pre-giudizi né precomprensioni, questo corpus di segni per pervenire dal significante al significato del vivere il luogo. In questa nota, tratta dalla presentazione della mostra, che sintetizza le motivazioni progettuali della ricerca, oltre che le sfaccettature per così dire “letterarie”, creative, fotografiche, d’indagine sociale, sono presenti sottili messaggi alla società civile e non solo. Da parte degli Studenti tramite Emanuele Franco, “veicolo” interessato e sensibile, capace di affidare i messaggi al linguaggio della fotografia e proiettarli oltre il contingente. E da parte del professor Emanuele Franco attraverso gli studenti.

Ricerca di taglio socio-pedagogico che esplora il mondo della scuola per capire, attraverso l’analisi dei comportamenti di chi vi opera e dei messaggi che tali comportamenti ispirano, le diverse dimensioni in cui si articola. Una ricerca che permette di leggere e di penetrare attraverso il dettaglio, all’interno della struttura Aula, e riflettere sui processi comportamentali dei diversi percorsi formativi che vi maturano. La fotografia dimostra tutta la sua forza espressiva e l’efficacia del suo linguaggio. Sul piano descrittivo e interpretativo in primo luogo, ma anche su quello concettuale, quando la finalizzazione dell’indagine ha come obiettivo l’approfondimento di ricerche che riguardano contesti sensibili come la scuola.

Franco dimostra capacità di sintesi, equilibrio compositivo e frappone il giusto distacco tra l’uomo-fotografo e l’uomo-docente rispetto all’ambiente e alle atmosfere che lo caratterizzano. Forme geometriche ispirate, colorismi riflessi e sfumati dal tempo, segni indecifrabili senza logica, almeno in apparenza, riflessioni audaci, ambigue. Messaggi e valenze espressive di taglio diverso, alcuni profondi, altri insignificanti, frammenti e tratteggi di quotidianità. Un “mondo” silenzioso dell’interno di una scuola nella sua autenticità espressiva e nella sua attenzione alla condivisione, alla relazione, alla socializzazione. Un vero e proprio mosaico di percezioni, una trama straordinaria di approdi relazionali le cui valenze espressive s’intrecciano tra loro e disegnano un profilo stilistico di qualità. Uno spaccato della nostra società e della nostra contemporaneità con una forte connotazione sociale. Ottimo l’impianto del lavoro, di grande equilibrio la scelta dei segni, dei simboli, delle annotazioni, delle frasi, dei doppi sensi. E’ un linguaggio antico e moderno, attuale e superato, semplice e complesso. Franco ha dato visibilità a tutti. Con equilibrio e sensibilità nell’indagare un contesto “scivoloso”, delicato e senza false sfaccettature, né ambiguità estemporanee o fittizie argomentazioni teoriche.

  1. Il Direttore says:

    “Silenzio in Aula”, di Emanuele Franco, è un’opera animata da un’idea narrativa tematica, per l’interpretazione soggettiva dell’ambiente scolastico in cui lavora.
    Essendo il tema in profonda relazione con il proprio vissuto è molto probabile che per l’autore queste immagini abbiano significato metaforico in quanto sono segni prodotti dai suoi alunni.
    Ogni calligrafia e messaggio per lui rappresentano l’azione di determinati giovani e significano le dinamiche di relazione in atto tra i ragazzi che conosce per nome.
    I ragazzi hanno sempre scritto sui muri inneggiando ai loro miti e liberando le tensioni prodotte dalla proibizione con il disegno osceno e le parolacce. Ma i muri normalmente erano angoli appartati frequentati solo da loro. Qui la novità è che i muri sono quelli della propria aula scolastica; sono le pareti tra le quali vive una comunità ristretta di persone. Il muro si rivela lo spazio istituzionale destinato alla comunicazione collettiva già con i segni religiosi e la fotografia probabilmente di un alunno scomparso. I ragazzi lo scelgono per l’espressione dei loro messaggi di gruppo, quelli privati veicoleranno negli smartphone.
    L’interpretazione dell’autore ha operato nello stabilire gli equilibri spaziali delle quinte che delimitano l’ambiente scolastico, ha scelto quale evidenza attribuire al messaggio e ne ha anche rappresentato con il tempo sospeso l’aspetto metafisico dovuto all’assenza colmata dai segni del passaggio esistenziale.
    La scelta del profilo colore, coerente nell’opera, privilegiando i toni alti genera una connotazione neutra che incentiva una lettura concettuale dei segni, come quella che può avere l’occhio della persona adulta che sa dare il giusto peso ai contenuti.
    Complimenti a Emanuele Franco perché l’opera ci rivela aspetti dell’ambiente scolastico che vengono conosciuti solo da chi opera nella scuola e ci informano di questo fenomeno espressivo che segna un mutamento comportamentale delle giovani generazioni.

  2. enrico maddalena says:

    Vedo con piacere queste immagini, essendo stato insegnante. Anch’io feci una ricerca simile, ma di tipo più ravvicinato sulle scritte che i ragazzi lasciano sui banchi e sui muri. Graffiti dai quali traspare la loro anima, i loro desideri, le loro angosce. Una prospettiva particolare per farceli conoscere meglio

  3. Manuela Marchetti says:

    Un lavoro interessante, la scuola come spazio vuoto, sospesa in un silenzio innaturale.
    Una scuola senza alunni, come una città senza persone, disorienta.
    L’autore con immagini nitide e pulite, ci accompagna nel suo mondo, ci contamina con la sua curiosità di vedere oltre i muri.
    Le pareti diventano pagine di un quaderno dove poter condividere pensieri e sentimenti.
    Un’ opera che restituisce fiducia ai nostri ragazzi, perché possano sempre trovare nella scuola un luogo di crescita, uno spazio dove esprimersi.

  4. maurizio tieghi says:

    Ma perché mi chiedo il nostro occhio indagatore tramite l’obiettivo ci deve sempre tenere “distanti” dalla scena del delitto, la scuola italiana è o no un enorme problema per il paese? Perché fotografarla tenendo in considerazione sopratutto l’equilibrio cromatico ma tralasciando lo scempio ideologico ed economico? Le aule sono sempre vuote negli orari dove non ci sono le lezioni, le scritte sui muri rimangono, queste possono essere lette o fotografate ma senza gli alunni e docenti presenzi perdono il “loro tempo”, diventano solo memoria a posteri e mai testimonianza. Se non lo fanno le istituzione potrebbero pensarci i genitori a ridipingerli di bianco, ridando candore ai locali visto che non è stato possibile questo donarlo ai propri figli.

  5. Emanuele Franco says:

    Ringrazio innanzitutto Fausto Raschiatore per aver creduto nel mio lavoro e averlo valorizzato. Ringrazio gli estensori dei commenti per l’apprezzamento e gli spunti. Passo quindi a fornire qualche dettaglio.
    Le fotografie sono state scattate in tutta la scuola, aula per aula, nei corridoi, nelle scale e nei ballatoi, bagni, laboratori e vani accessori. In tutti i luoghi che presentavano “segni” di una certa importanza. Volevo capire, e ancora mi interrogo, sulle motivazioni di quei gesti.
    Per chi è abituato a sperimentare la quotidianità sonora – a volte chiassosa – della scuola, aggirarsi in silenzio per le aule permette di concentrarsi sui messaggi che provengono da altri canali di comunicazione. In questo caso i segni, nel senso stretto del termine, sono amplificati dal silenzio e soprattutto dall’assenza degli studenti. Un’assenza, però, che rende assai manifesta e viva la loro presenza tra quei banchi e che dà l’idea di come quelle tracce sembrino avere quasi la funzione di marcare il territorio, come accade nel regno animale (l’uomo, del resto, lo è!). Ecco che i luoghi della scuola appaiono “personalizzati” come la cameretta di un teenager, dove sono appesi poster, figurine, gagliardetti, messaggi che sembrano dichiarare a volte sommessamente e furbescamente, altre volte a gran voce: Questo è il nostro territorio!
    Inoltre, al di là di ogni forma di contrassegno, si leggono i pensieri più svariati che riguardano gli atteggiamenti verso la scuola e gli insegnanti, la condizione degli adolescenti, le relazioni tra di essi, le loro passioni e gli interessi. Una notevole quantità di materiale generato spontaneamente che si propone alla lettura.
    Oggi le fotografie di questa ricerca sono l’unica testimonianza di quei segni. Le pareti sono state ripitturate.

  6. Enrico Maddalena says:

    Torno a dare il mio apprezzamento alla ricerca e al suo autore. Dai graffiti preistorici delle grotte di Lascaux l’uomo ha sempre sentito il bisogno di lasciare un segno del suo passaggio. Osservare la vita degli alunni sotto una diversa ottica è sempre cosa interessante.

  7. Concordo pienamente con quello che è stato scritto prima e do i miei più vivissimi complimenti al autore 🙂

    Vorrei aggiungere che per me, come francese che vive in Italia da 8 anni e madre di 3 figli che frequentano la scuola italiana (quindi conosco abbastanza bene la scuola per avere fatto tante code per le pagelle …) riconosco immediatamente segni che rappresentano tipicamente la scuola italiana. Da quello che è scritto (domande sul futuro, parole di amore, affettuose anche per i prof, rivoluzione, ecc …) alla calligrafia (in Italia la calligrafia è molto diversa che in Francia), alle lavagne, crocifissi, ecc … non posso essere in un altro posto che in una scuola italiana. Quello per dire che non è solo una “testimonianza” di giovani di una certa epoca nel mondo, ma proprio di giovani ITALIANI.

    Ancora una volta, tutti i miei complimenti !

    Laurence

  8. Trovo originale l’idea di voler indagare il “pensiero” degli studenti attraverso le espressioni più disparate lasciate sulle pareti della scuola, non di una singola aula come avevo capito da alcuni commenti.
    La realizzazione dell’idea invece mi lascia perplesso e certo il numero delle foto non contribuisce ad un’analisi chiara ed univoca dei contenuti.
    Sostanzialmente d’accordo con il commento lasciato da maurizio tieghi.

  9. Fausto Raschiatore says:

    Visto che la “discussione” si arricchisce di osservazioni estremamente stimolanti, mi sono sentito quasi in obbligo di segnalare una riflessione, raccolta in sede di preparazione del “pezzo”, di un caro amico, Mauro Battiston, psicologo e fotografo: “Sorpresi nel constatare che nessuna “legge” sia capace di impedire tale “imbrattamento”, comprendiamo che siamo lontani dal conflitto generazionale che ha caratterizzato il passato di molte adolescenze. Qui non c’è un solido interlocutore cui anteporre la propria visione. Notiamo piuttosto il palesarsi di un’assenza ed è a partire da essa che avviene una sorta di ribaltamento nell’uso della parola. Infatti, essa non gioca più esclusivamente dentro la cornice della lavagna, addirittura danza sulla sua cornice, per poi espandersi e dilatarsi altrove, per parlarci di un quid che vive dentro la scuola ma sembra non appartenergli. In questo ribaltamento sono gli alunni che a modo loro valorizzano la parola; inscrivono i loro segni su questa scuola che resiste riducendosi a cosa; la pungolano di giorno in giorno ed essa tace, silenziosamente incapace di comprendere e trasformarsi. La scuola ci appare allora come un mostro disadorno, persino abbandonato; ricorda il deserto dei detriti manicomiali dopo la grande evacuazione che in molti abbiamo percorso in lungo ed in largo per restituirli un ultimo amorevole commiato. Qui, senza però accompagnamento alcuno, qualcosa sembra definitivamente uscito; potremmo dire purtroppo evacuato, tante sono le scariche del grafismo giovanile, che questo insegnante sembra desiderare raccogliere come un dono da valorizzare. Dove sono il valore e la funzione simbolica della scuola?” E questo non è un compito della fotografia, almeno per il momento. Attraverso l’arte fotografica è stato possibile leggere il contesto, descriverlo e interpretarlo, concettualizzarlo…

    Fausto Raschiatore

  10. Orietta Bay says:

    Un’opera che mi ha ricordato le volte che sono andata di pomeriggio a scuola e le aule, anche se vuote, profumavano di gioventù., Quelle scritte, che secondo la nostra educazione di adulti non dovrebbero esserci, sono il modo che i ragazzi, soprattutto oggi, hanno pensato per farsi sentire, per manifestarsi e anche protestare. Una richiesta perché gli adulti imparino ad ascoltarli veramente. Un lavoro che mi ricorda “l’attimo fuggente”. Attraverso la scelta compositiva tutte le pareti ci parlano. Le domande e pensieri scritti ci colpiscono, sono davanti ai nostri occhi e ed è certo che i ragazzi li hanno messi lì proprio perché questo avvenga.
    La scuola non deve essere solo luogo di istruzione ma di educazione e noi tutti sappiamo che educare significa “saper trarre da…”. Questo di scrivere sui muri può essere, anche se non proprio condivisibile, un modo per portare fuori i pensieri, i desideri e le aspirazioni, quando chi dovrebbe aiutarli a farlo, non sempre è attento e lo sa fare.
    Complimenti vivissimi , buon lavoro a Emanuele Franco e a tutti gli educatori.

    Grazie anche a Fausto Raschiatore per la proposta .

    Orietta Bay

  11. Massimo Pascutti says:

    Il corposo lavoro di Emanuele Franco è sicuramente centrato sulla ricerca e sull’analisi del linguaggio giovanile, che attraverso le scritte e i graffiti sui muri, ci fornisce un quadro per certi versi esemplificativo delle problematiche esistenziali dei giovani: dicevo per certi versi esemplificativo, perchè in realtà numerose immagini mi sembrano un po’ stereotipate e compiaciute nel sottolineare alcuni eccessi…grafologici. Molto più interessante, a mio parere , è l’aspetto compositivo e stilistico delle fotografie, giocate rigorosamente sull’essenzialità e sul contrappunto anche cromatico dei toni. Per questa ragione numerose immagini risultano perfino superflue nell’economia generale del lavoro. Complimenti comunque all’autore per l’ottimo “occhio” compositivo.

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