Lug 5, 2015

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Come cavare una foto da un buco – di Enrico Maddalena

Come cavare una foto da un buco – di Enrico Maddalena

Come cavare una foto da un buco – di Enrico Maddalena

Il libro “La fotografia stenopieca” di Enrico Maddalena è edito dalla FIAF
Anche una grande quercia nasce da un piccolo seme. Il seme che mi ha portato a studiare e praticare la fotografia stenopeica risale alla mia infanzia ed il seminatore è stato mio padre (al quale ho dedicato il libro). Mi costruiva infatti delle scatole di cartone con un foglio di carta oleata da un lato ed un piccolo foro dall’altro. Le chiamava “il mondo alla rovescia” ed io restavo estasiato a vedere quelle immagini capovolte sul piccolo rettangolo di carta.

Qualche anno fa mi costruii la prima camera stenopeica in cartone, col foro praticato su di una lastrina dell’alluminio di una lattina di Coca Cola. Pensavo di stare realizzando solo una semplice camera stenopeica e non mi rendevo conto che invece stavo costruendo una “trappola” che mi avrebbe catturato senza via di scampo, aprendomi un mondo affascinante e del tutto nuovo.

Agli antipodi del digitale. Una macchina stenopeica è infatti un qualcosa di estremamente semplice, in perfetta antitesi con le sofisticate tecnologie delle fotocamere odierne. Una scatola ed un buco sono sufficienti per produrre immagini eccezionali. In fondo la fotografia è una cosa semplice, anche se l’industria vuole convincerci del contrario. L’anno scorso stavo fotografando una chiesa. Era in ombra ed il tempo di posa si aggirava sui 5 minuti. Un’auto che doveva parcheggiare si fermò in rispettosa attesa. Finita l’esposizione, la famiglia che nel frattempo era uscita mi si avvicinò per chiedermi cosa stessi facendo con quella strana scatola sul cavalletto. Spiegai loro di cosa si trattava ed aprii la scatola. Ancora mi risuonano nelle orecchie le parole di meraviglia della signora: “Ma non c’è nulla dentro!”.

A Civitella Alfedena stavo fotografando un vicolo, seduto appena fuori dell’albergo dove ero alloggiato, prima di recarmi a far parte di una giuria fotografica. Tempo di esposizione un quarto d’ora. In quei lunghissimi minuti mi si sono avvicinati l’albergatore, un inglese in vacanza, una bambina ed un gatto. Ho spiegato loro (forse il gatto non ha capito) che mentre noi stavamo conversando, la luce stava compiendo lentamente il proprio lavoro disegnando il ciottolato, il vicolo, i vasi con i gerani. Se fossi passato di lì con una digitale, forse non sarei nemmeno stato notato ed avrei perso quei contatti umani, quelle piacevoli conversazioni.

Una cosa estremamente semplice, ma quanta fotografia c’è in una semplice scatola con un foro! Quando, anziché acquistare, ed a caro prezzo, un apparecchio fotografico, siamo noi a costruircelo, ci troviamo di fronte ad una serie di problemi tanto inaspettati quanto affascinanti.
Oltre ad un capitolo dedicato alla storia, ho trattato della geometria dell’immagine, della costruzione del foro perfetto (è il segreto per ottenere delle immagini di alta qualità), dei diversi tipi di otturatore, dei mirini, dell’esposizione (con anche due metodi ed un regolo di mia ideazione).
Ho poi riportato i progetti dettagliati delle mie 7 camere stenopeiche con le foto con esse prodotte fino alle istruzioni per lo sviluppo e la stampa analogica di carte e pellicole. Ho esposto anche l’utilizzo del foro stenopeico sulle macchine digitali, anche se la ritengo una blasfemia.

Tutti gli approfondimenti, le formule matematiche, i problemi della diffrazione, il modello di Airy (cose con cui debbono fare i conti anche i moderni sensori) li ho inseriti in box separati di colore arancio così da non spaventare i matefobici ma al tempo stesso soddisfare quelli di bocca buona che vogliono approfondire e conoscere ogni dettaglio, ogni risvolto.
Ho ideato poi degli chassis di cartone che hanno passato il collaudo a pieni voti. Infatti le mie uscite mi permettevano una sola foto per volta e questo aveva un innegabile fascino. Una sola possibilità mi obbligava a concentrarmi sul soggetto, sull’inquadratura, sulla luce, sulla composizione. Poi di corsa a far rotta verso la mia camera oscura.
Ora ho sette chassis che carico prima di ogni uscita o di ogni viaggio. Vi dico che non sono mai riuscito ad esporli tutti.
Buona luce stenopeica
Enrico Maddalena

 

“Libro”: Copertina del libro

“Libro”: Copertina del libro

“Stenos Opaios II”: la mia seconda camera stenopeica con mirino pieghevole (anche un buon mirino va calcolato)

“Stenos Opaios II”: la mia seconda camera stenopeica con mirino pieghevole (anche un buon mirino va calcolato)

“Stenos Opaios IV” : camera con livella a bolla e chassis, il mio modello di lusso in legno lucidato e maniglia in ottone.

“Stenos Opaios IV” : camera con livella a bolla e chassis, il mio modello di lusso in legno lucidato e maniglia in ottone.

“Chassis”: I miei chassis in cartone con il porta chassis

“Chassis”: I miei chassis in cartone con il porta chassis

Civitella Alfedena

“Civitella Alfedena”: il vicolo di Civitella Alfedena

“Gioia Vecchia”: la chiesa dell’incontro con la famiglia di turisti

“Gioia Vecchia”: la chiesa dell’incontro con la famiglia di turisti

 “Stenos Opaios V”: la fotocamera stereo

“Stenos Opaios V”: la fotocamera stereo

“Coppia stereo”: una delle coppie stereoscopiche realizzate. Un caricatore girevole dall’esterno mi permette l’autonomia di 4 scatti stereo oppure 8 mono.

“Coppia stereo”: una delle coppie stereoscopiche realizzate. Un caricatore girevole dall’esterno mi permette l’autonomia di 4 scatti stereo oppure 8 mono.

“Stenos Opaios VII”: fotocamera panoramica con cui ho realizzato la foto di copertina del libro (prima di assurgere a sì nobile scopo, conteneva il mangime per la mia tartaruga acquatica).

“Stenos Opaios VII”: fotocamera panoramica con cui ho realizzato la foto di copertina del libro (prima di assurgere a sì nobile scopo, conteneva il mangime per la mia tartaruga acquatica).

  1. Il Direttore says:

    Noi di Agorà Di Cult non siamo stupiti di questo nuovo libro di Enrico Maddalena perché in questi anni egli ha sempre condiviso con noi le sue ricerche anche in materia di fotografia stenopeica.
    Ritengo un merito della FIAF aver avuto la sensibilità per investire in questo libro che va ben oltre le finalità di un manuale perché trasmette la passione autentica del suo autore.
    Complimenti a Enrico Maddalena anche per questo nuovo brillante traguardo della sua passione fotografica.

  2. Orietta Bay says:

    Condivido il plauso espresso dalle parole di Silvano Bicocchi e ringrazio Enrico Maddalena per la condivisione.

    Complimenti vivissimi
    Orietta Bay

  3. L’impegno culturale che Enrico Maddalena sviluppa con particolare passione nella formazione e nell’educazione in senso esteso, lo pone a mio modesto parere tra le poche persone che onorano la didattica della fotografia italiana in questo inizio secolo. Passano e cambiano le tecnologie fotografiche, ma le fondamenta della scrittura con la luce sono quelle narrate in “Come cavare una foto da un buco”: un libro che manterrà la sua attualità in termini storici.

  4. Danilo Baraldi says:

    E’ da anni che sono attratto dalla fotografia stenopeica. Finalmente un libro che mi possa aiutare in questa passione fin ora repressa.
    Ho già acquistato il libro, e appena mi arriverà mi metterò anch’io all’opera.
    Grazie a Enrico Maddalena di avere condiviso con tutti noi questa sua passione.
    Danilo Baraldi.

  5. Antonino Tutolo says:

    Questo ennesimo lavoro di Enrico Maddalena, viene a colmare un vuoto presente da sempre nell’editoria fotografica italiana.
    Infatti la maggior parte dei testi fotografici in circolazione sono solo tradotti in italiano, o solo in inglese.
    Complimenti ad Enrico.
    Chi vuole avvicinarsi, ad esempio, al grande formato, che all’estero molto diffuso, a parte i testi delle scuole di fotografia, complessi e costosi, deve utilizzare testi francesi e americani.

  6. Isabella Th says:

    La fotografia stenopeica vive nel paradosso di rappresentare, oltre che l’immagine desiderata, anche il tempo che passa; questa è sempre stata la cosa che più mi ha affascinato nella mia sperimentazione con le scatole.
    Lo spiega bene Maddalena nel voler raccontare i tempi di posa come esperienze non solo fotografiche ma anche umane; oltre allo scatto esiste un mondo che nel frattempo gira e all’interno di questo vortice le vite delle persone si sviluppano, anche attraverso le domande e le curiosità.
    La fotografia che nasce da queste performance racchiude in se stessa questo tesoro metaforicamente rappresentato dalle piccole imperfezioni che, immancabilmente, restano impresse. Una persona che passa e si sofferma, un piccolo animale curioso, una macchina che sosta, anche solo per la durata di semaforo rosso!
    Ma la cosa che più amo sono i respiri dei soggetti animati, persone, animali, piante, il respiro del mondo resta imprigionato e si rivela a chi ha la pazienza di osservare con la dovuta calma.

  7. Paolo Mangoni says:

    Complimenti all’autore, prima o poi farà sicuramente parte della mia libreria. Grazie

  8. Ma ho letto che basta anche un foglio A4, è vero? E l’immagine come uscirebbe, in bianco e nero o a colori?
    Una volta catturata l’immagine cosa bisogna fare per svilupparla? C’è necessità di una camera oscura?

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