Giu 22, 2017

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David LaChapelle, Jesus is my homeboy, 2003 – a cura di Piera Cavalieri

David LaChapelle, Jesus is my homeboy, 2003 – a cura di Piera Cavalieri

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Quando la fotografia fa la pace con la pittura

Al solito i colori di David LaChapelle sono esagerati  e ogni dettaglio è attentamente studiato . L’ispirazione sembra quella di una rappresentazione pittorica rinascimentale dove compare il bacile in basso e i commensali nella posizione di un’ultima cena. L’immagine ha qualcosa di familiare,  ma non è classica e proprio per questo è di grande potenza. Il Cristo è marcatamente stereotipato e corrisponde ad una certa iconografia alla quale il nostro occhio è abituato. Gli uomini intorno  bevono birra e sono  molto contemporanei, nell’abbigliamento e negli atteggiamenti . Il titolo Homeboy può significare fraterno ma più precisamente pare sia un termine   molto utilizzato nella cultura dei cantanti hip hop americani e che indichi una persona molto fidata. David LaChapelle è sempre stato un maestro della provocazione ed è famoso per le sue icone pop e i suoi paesaggi di disfacimento, dove i colori sgargianti e allegri trasmettono un senso di tragicità. In questa Ultima cena si è chiesto se Cristo tornasse con chi starebbe e ne ha dato la sua interpretazione.

 

David LaChapelle, Jesus is my homeboy, 2003

a cura di Piera Cavalieri

 

 

  1. Orietta Bay says:

    Lachapelle è un intelligente indagatore che con modi forti vuol scuotere i nostri pensieri. Lo ha fatto su tanti temi. Qui ci propone un’ immagine che ci rimanda a un tema che è pilastro del nostro essere cristiani.
    La domanda a cui fa riferimento Piera è già stata spiegata benissimo anche da Papa Francesco e Cristo stesso lo ha dichiarato. Sta con tutti ma soprattutto con chi sembra essere lontano. ( così è per chi crede) Questa immagine potentissima di David Lachapelle, che pare provocare le nostre reazioni, in fondo da la stessa risposta.
    Grazie Piera per avercela proposta.
    Orietta Bay

  2. Il Direttore says:

    E’ puramente casuale questo post di Piera Cavalieri su un’opera di David LaChapelle.
    Lei non sapeva che al PhotoHappening-Estate di Sestri Levante (15-16/07) io mi sarei dedicato ad approfondire il rapporto di lettura con questo autore e sono rimasto piacevolmente sorpreso nel trovarmi di fronte a questa sua pubblicazione.
    Se questa immagine fosse un dipinto parleremmo prevalentemente dell’aspetto tematico e poetico che rende quest’opera interessante.
    Quest’opera però è stata realizzata con tecnica fotografica e allora si aprono tante riflessioni sul ruolo della finzione e della sua funzione invasiva nella realtà dei nostri giorni.
    L’immagine in oggetto è di tematica religiosa e il suo senso è già stato approfondito da Piera e Orietta ma nel suo operare l’autore indaga profondamente nell’immaginario collettivo dell’uomo contemporaneo e tanti altri saranno i temi che approfondiremo al PhotoHappening-Estate.
    Complimenti a Piera Cavalieri per l’interessante riflessione su un autore che è di attualità in Italia per la mostra ai Tre Oci di Venezia.

  3. David La Chapelle, con una visione dai colori sgargianti, ci conduce in un mondo tra il barocco e il surreale dove l’uomo contemporaneo cerca, ma probabilmente stenta a trovare, punti di riferimento con la propria realtà.
    Folgorato dai capolavori di Michelangelo, dopo la visita alla Cappella Sistina, le opere più recenti di La Chapelle portano il nostro sguardo anche ad una riflessione generale sulle rappresentazioni di carattere religioso che nella storia si sono succedute, e a cui il nostro occhio è da sempre abituato, inducendoci a pensare a quanto surreali quelle icone potessero apparire agli occhi dei contemporanei degli artisti che le avevano prodotte.
    Qui però non ci troviamo di fronte all’opera di un pittore iperrealistica. Come fa notare Silvano, la tecnica utilizzata da La Chapelle è quella fotografica, e la provocazione si spinge oltre, ancora una volta, si dimostra di come il fotografo possa mentire: sempre più invasiva nella nostra quotidianità, al pari di tutti gli strumenti di conoscenza mediata della realtà, anche la fotografia non trasmette una rappresentazione oggettiva del mondo, ma è artefice (dall’etimo: arte-facere) di una interpretazione.

  4. Isabella Tholozan says:

    Sono curiosa! Non posso aggiungere altro perché non conosco bene quest’autore che, superficialmente, ho relegato tra i fotografi che non apprezzo particolarmente.
    Grazie Piera per aver piantato un primo seme! Silvano farà il resto!
    Agorà di Cult serve anche a questo! far germogliare nuove passioni!

  5. Anche io sarei curioso di sentire Silvano su questo autore che non riesco ad apprezzare e le cui opere non mi interessano (nel senso che proprio non mi stimolano a guardarle).
    Forse perché mi pare che la componente fotografica sia davvero ben poca cosa rispetto a quella puramente coreografica/scenografica: lo assimilerei di più ad un pittore che decide – pur con comprovata abilità – dove porre il soggetto, quali colori applicare, quali pennelli utilizzare e quale tela.

    Il fotografo che si ritaglia una scena da un “tutto pieno” qui sparisce, a favore di un artista che riempie una tela vuota. Viceversa, le luci, che dovrebbero essere “dipinte” sul soggetto, mi pare servano solo a darne la massima – quasi asettica – leggibilità fotografica.

    Ma forse dovrei studiarlo meglio… (?)

    Sarebbe bello poter avere in qualche modo condivisione di quanto verrà proposto a Sestri… Buon lavoro!

  6. Patrizia Digito says:

    Può piacere come no, ma sicuramente non gli si può negare la capacità di ricreare in versione odierna, temi del passato pittorico in versione rap, come i protagonisti di questa apparente ultima cena, che in realtà ci rimandano alle volte delle chiese perché in alto in cielo risiedono i santi e i beati oltre a Dio e qui la volta è proposta in versione tovaglia ma il colore blu è destinato alla sfera celeste e ai portatori di santità, così come Gesù è vestito di rosso per la passione che ha vissuto nei confronti degli uomini e alla stola blu che è una chiara appartenenza al mondo celeste e religioso.
    La chiara iconografia è precisamente richiamata alle regole canoniche che regolano la pittura, solo qui proposte in chiave contemporanea.
    Il suo stile è meno provocatorio di quanto a prima vista possa apparire.
    E’ come un musicista di oggi che attraverso suoni computerizzati e batterie elettroniche ci proponga in versione aggiornata un’opera Mozartiana.

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