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Lug 5, 2018

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Duemilaquattrocento Centimetri Quadrati – di Simona Capannoli

Duemilaquattrocento Centimetri Quadrati – di Simona Capannoli

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L’ospedale: chi vi entra inevitabilmente perde un po’ della propria identità: è più facile che se ne ricordi il numero del letto o la patologia, invece del nome.

Tutti uguali, tutti con la stessa divisa, tutti nello stesso letto… solo una cosa si differenzia: il comodino!

Lo stesso comodino per magia si trasforma ogni volta che cambia proprietario. In un posto dove tutto è controllato, uniformato, codificato, il comodino sfugge alle regole, si colora, si riempie, si vuota. Ognuno vi porta qualcosa di suo, di sé, a voler ricordare che non siamo tutti uguali.

Ognuno di noi ha la sua storia e quei pochi centimetri quadrati lo ricordano ogni giorno.

Simona Capannoli

 

 

Duemilaquattrocento Centimetri Quadrati

di Simona Capannoli

 

 

  1. Antonio Desideri says:

    Un racconto minimo, quasi carveriano, dove sembra non accadere nulla e dove invece si susseguono le storie al cambiare di poche, laconiche parole. Mi colpisce soprattutto l’alternarsi di pieni e di vuoti, di chi si racconta con un affastellarsi di oggetti e chi invece si tiene sgombro (forse in attesa di qualcosa che deve ancora accadere/arrivare?). Spesso le grandi riflessioni stanno dentro pochissime pagine, la letteratura appunto ce lo insegna benissimo, e pochi tocchi ci indicano le storie che le persone si portano dietro. Uno sguardo leggero che ci sorprende ad ogni pagina voltata. Un libro di esistenze che si raccontano e non sanno di farlo. Una specie di epifania laica.

  2. Il Direttore says:

    “Duemilaquattrocento centimetri quadrati”, di Simona Capannoli, è un’opera animata da un’idea concettuale perché giunge alla comunicazione del significato attraverso una coerente “gabbia concettuale” ribadita in ogni immagine.

    La gabbia concettuale di quest’opera è data dai seguenti elementi strutturali dell’immagine fotografica: la visione dall’alto, la ripresa di tutta la superficie del tavolino con un perimetro di spazio vuoto.
    In questa visione costante cambiano le cose che sono appoggiate sul tavolino, la loro disposizione e costituzione. Questa costanza della visione amplifica la percezione delle differenze tra le persone degenti.

    Le cose e il modo col quale sono raccolte per l’occhio attento diventano segni della personalità del malato che in quel momento occupa il posto di degenza. E’ l’opera pensata e realizzata da un operatore che lavora in strutture ospedaliere. La FIAF è composta da appassionati che esercitano i più diversi mestieri, questa è la nostra forza e nei progetti nazionali la si è potuta apprezzare appieno.

    Complimenti a Simona Capannoli che ha realizzato quest’opera in modo spontaneo manifestando in tal modo la sua identità artistica in questo caso orientata alla poetica concettuale che si dimostra molto efficace nel dar vita a un bel complesso di messaggi.

  3. Massimo Pascutti says:

    Simona Capannoli ci presenta un lavoro sicuramente originale nella sua concezione e nella sua realizzazione: certamente la disposizione degli oggetti su un comodino riflette molto della personalità del proprietario/degente e ci offre degli spaccati di vita molto interessanti. Ho però alcune perplessità ; la foto n° 13 mi appare un po’ forzata….la presenza delle due protesi nella bacinella mi sembra un po’ sopra le righe, oltre a non aggiungere nulla all’economia dell’immagine e la presenza costante sulla parte bassa dell’inquadratura degli zoccoli della fotografa è un elemento di disturbo alla pulizia delle fotografie.
    Complimenti comunque a Simona per l’originalità della scelta progettuale.

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