Gen 31, 2019

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Dietro il sipario – di Giorgio Zompi

Dietro il sipario – di Giorgio Zompi

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Opera premiata sul tema “La famiglia in Italia” a Carpi Foto Festival 2018.

 

 

Ti mettono al mondo e cominciano ad amarti.

Cresci e arriva la scuola.

Poi l’adolescenza e l’odio che rigurgiti solo in casa.

Vai verso i venti: le prime perdite, i primi traumi.

Verso i trenta non ti credi più.

Ti ritrovi davanti a una fotografia,

guardi chi ancora ti sostiene nonostante tutto e pensi :“I miei genitori! Che belle persone!”.

Richiudi il sipario.

 

Giorgio Zompi

 

 

Dietro il sipario

 di Giorgio Zompi

 

  1. Il Direttore says:

    “Dietro il sipario”, di Giorgio Zompi, è un’opera animata da un’idea concettuale per aver strutturato la sequenza con l’ausilio di una coerente “gabbia concettuale”.
    La “gabbia concettuale” è un nome che nasce in parallelo alla “gabbia prospettica” rinascimentale di Leon Battista Alberti. Mentre quella prospettica struttura la visione dello spazio, quella concettuale determina le relazioni simboliche tra gli elementi che formano l’immagine.
    In questo caso: in primo piano la figura intera del giovane o i giovani seduti su una seggiola, subito dietro di loro due figure “i genitori” coperti da un drappeggio, per sfondo un muro dell’abitazione e infine la luce è diffusa da sinistra. La gabbia concettuale determina il concept del portfolio. Se notate guardando la sequenza si sente un’aura magica che ha composto un pensiero che viene comunicato con forza, dovuta al continuo mutare (nella gabbia concettuale) delle figure e degli altri elementi che definiscono l’ambientazione. Sono immagini che si basano sul mutamento degli attori e accendono l’attenzione nello stimolare il confronto.
    Il pensiero che ha portato all’ideazione è ben esposta nel testo di presentazione che per la forza del vissuto narrato, penso sia da ritenere corpo unico con le immagini. Davvero notevole il mondo di sentimenti che viene svelato!
    Complimenti a Giorgio Zompi che nell’affrontare il tema “La Famiglia in Italia” ha rappresentato con efficacia l’intima condizione umana e famigliare della sua generazione.

  2. Massimo Mazzoli says:

    Complimenti a Giorgio anche da parte mia, riuscire a realizzare un’opera concettuale senza rischiare di scivolare nella ripetizione non è un compito affatto semplice da realizzare.
    E’ un portfolio che permette a chiunque o quasi di poter far proprio lasciando che il proprio vissuto lo caratterizzi a sua volta.

  3. Antonio Desideri says:

    C’è un aspetto preciso che fortemente mi colpisce in questo lavoro ma non si tratta della forza della gabbia concettuale (ricordo diversi lavori, tra quelli della “Famiglia in Italia”, ad aver utilizzato quel formato) e neppure del senso estetico complessivo (peraltro piuttosto “disturbante”). La mia impressione è quella di un ribaltamento critico, il rovesciamento di uno stilema sociale: “che mestiere difficile essere genitore!”. Ecco a me pare che qui si voglia dimostrare come il mestiere davvero difficile sia quello di “essere figli”, altro che genitori! Il fatto che i genitori siano letteralmente nascosti (fatti scomparire alla vista), eliminati quasi fisicamente, dà la cifra di una pesantezza del vivere che ci spiazza. Genitori ingombranti, figli schiacciati. Copriamo i primi con drappi pesanti, liberiamo i secondi. Il risultato fotografico, che pur ci dà da pensare e riflettere, non risolve affatto l’interrogativo e anzi, come detto, ci mostra un’adolescenza intrappolata, che non se ne va mai. Che resta, anche se proviamo a nasconderne pesantemente le cause. E più che famiglia, fa antropologia. (E che forse sono la stessa cosa).

  4. Isabella Tholozan says:

    Credo sia difficile sviluppare un pensiero così grande come quello di “famiglia” in poche righe.
    Personalmente sto lavorando da anni ad un progetto dedicato alla mia!
    Però di una cosa sono certa, ognuno di noi, nel suo sviluppo fatto di crescita ed età matura, si porta dietro un bagaglio comunque pesante, fatto di tutto quello che è stato.
    Non parlo di bene o male ma di modello al quale ognuno di noi dovrà fare riferimento, confrontandosi con esso quotidianamente. Nelle scelte, nella gestione dei sentimenti, nel raggiungimento dell’Io.
    In quest’opera vedo questo, un modello, appunto, che si fa gabbia concettuale e che non giudica ma conforma.
    A dimostrazione le due immagini rappresentanti i figli unici, dove la prima mostra un figlio trattenuto e la seconda un figlio che trattiene (forse solo un ricordo).
    Un bel lavoro, intelligente e sensibile.

  5. Mi ricollego al commento di Isabella, anche io (madre di una figlia unica) mi sono soffermata a lungo sulle due immagini da lei citate interrogandomi sul ruolo genitoriale. Bravo Giorgio, credo che sia un grande pregio quando le fotografie riescono a stimolare domande, pensieri e riflessioni.

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