Gen 16, 2020

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SMILE, una storia preziosa – di Uliana Piro

SMILE, una storia preziosa – di Uliana Piro

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Il Kintsugi è un’antica tecnica giapponese che, con una mistura di polvere d’oro e lacca urushi, riunisce i frammenti di un oggetto rotto, creando preziose cicatrici che gli donano nuova vita.

Tatiana si è sottoposta ad una gastrectomia chirurgica e un’addominoplastica da cui è nata Smile, la cicatrice che percorre l’addome da parte a parte.

L’effimera ricerca della perfezione si è tramutata nel miglioramento di sé stessa attraverso il simbolo eterno della sua scelta.

 

Uliana Piro

 

 

SMILE, una storia preziosa

 di Uliana Piro

 

  1. Il Direttore says:

    “SMILE, una storia preziosa”, di Uliana Piro, è un’opera narrativa artistica per l’ideazione di una sequenza d’immagini volte a rappresentare una condizione umana di rinascita da una sofferta condizione fisica.

    Davanti a un’esperienza dura come questa, per leggere le foto che la rappresentano, c’è bisogno di ritrovare un senso del pudore condiviso e farlo soglia dalla quale leggere sentimenti nascosti nel luccichio dell’evidenza fotografica. Si ha l’impressione che le parole non siano mai all’altezza dei sentimenti e si teme di ferire ancora.

    L’opera nasce dall’intesa empatica tra autrice e soggetto. Grazie alla finzione molto efficace, che pone in parallelo l’estetica del Kintfugi, la breve ma forte sequenza riesce a porci a contatto con un’esperienza vera che mette in gioco la felicità di una persona, la condivisione delle cicatrici di operazioni chirurgiche, lo sforzo straordinario di rinascita del Sé. Poche immagini ma dense di significati comunicati con segni e simboli avvolti in un’aura senza tempo ma molto moderna perché non cede a lirismi, mantenendo un rapporto diretto con la realtà corporale della condizione umana vissuta dal soggetto.

    Complimenti all’autrice Uliana Piro e al soggetto, per averci fatto condividere questa esperienza di rinascita di una persona.

  2. Eletta Massimino says:

    E’ quella capigliatura dai riflessi dorati che scende, lambisce e “supera” quella frattura della terra-corpo violata, che mi fa subito immaginare che quegli stessi capelli, filo per filo, siano stati il pregiato collante che salda e pacifica gli orli di quel crepaccio, in bellezza guadagnata. Naturale allora, ritrovare in fine i folti capelli “vestire” ed ornare il nuovo corpo di questa donna, colta dopo avere attraversato una “soglia”.
    L’ambiente che circonda questa donna autoricongiunta oltre l’ illusorietà, appare come luogo dove si ricerca, si preserva e si mostra “l’arte” di cui possono essere capaci gli umani.
    Solo il bianco indumento, sincretico nel generale contesto che sembra collocato in un tempo non definibile, è presente sul corpo come elemento estraneo ad esso, che costringe, soffoca, altera e che, con la sua troppo evidente cucitura-cicatrice, ri-chiama altra lacerazione. E l’occhio torna indietro all’ immagine che ritrae il profilo del busto e che, nelle linee e nella forma, appare come immagine transmutata e speculare della sovrastante espressione di classico Kintsugi.
    Se è uno sguardo teso e scrutatore quello che apre questa densa sequenza, a concludere è uno sguardo divenuto morbido sul pieno del corpo e che, superata la soglia, sottende un interrogativo di sicuro squietante rivolto a chi vi si sofferma.
    In pochi scatti una storia intensa e complessa di condivisa bellezza.

  3. silvia tampucci says:

    L’autrice ha raccontato una gastrectomia chirurgica e un’addominoplastica ma ognuno di noi si può riconoscere, in questo lavoro, nelle proprie ferite, nelle proprie cicatrici. Una presentazione che rimanda ad una elaborazione ed accettazione. Complimenti a Uliana Piro per questa interpretazione di ‘fioritura di noi stessi’.

  4. GIANCARLA LORENZINI says:

    Complimenti Uliana per questo bellissimo lavoro che ho avuto modo di “intravedere” nei tavoli di lettura a Sassoferrato in maniera fugace e che mi aveva subito molto colpito per l’impatto visivo. Desideravo appunto conoscerne il nome dell’autore, ed ecco grazie ad Agorà posso ora anche rivederlo con calma e meditarlo. Una cicatrice rappresenta la costante presenza di un fatto vissuto, sofferto, subito o superato; l’idea di ricoprirla d’oro la trasforma in visione positiva e in speranza. Un lavoro potente. Grazie quindi anche alla giovane protagonista per aver accettato di farsi fotografare e dare così una testimonianza di forza e di rinascita, ma ancor più per averci comunicato innanzitutto, attraverso il suo sguardo, che dentro di sè, e in ognuno di noi, c’è una bellezza interiore che si rivela ancor prima di quella fisica.

  5. Isabella Tholozan says:

    Ricordo quest’opera delicata e allo stesso tempo potente.
    La fotografia diventa altra cosa se il concetto sul quale si basa la storia è supportato da una buona base intellettuale, in questo caso artistica.
    Il lavoro si sviluppa con poche immagini, semplici e molto attente alla costruzione, anche cromatica.
    Il risultato è tutto di fronte ai nostri occhi e ci dimostra come la fotografia riesca ad attraversare anche i tabù più forti e radicati, portando il filo del dialogo in una conversazione, come dice Silvia, condivisa.
    E’ questo il genere che amo, perché figlio dei sentimenti e del sentire universale.
    Grazie per la condivisione!

  6. Massimo Cavalletti says:

    Ci vuole una mente coraggiosa per esporre pubblicamente la propria dolorosa esperienza. Spesso lo si fa a parole perché il parlarne allevia il peso della sofferenza e della preoccupazione. Raramente lo si fa attraverso immagini che mostrano la gravità di quell’esperienza. Tatiana ha trasformato la cicatrice in una sorta di decoro del suo corpo come se volesse annullare il peso psicologico di una presenza che riporta alla sofferenza vissuta, come se volesse trasformarla in un segno di rinascita. In questa operazione leggo la voglia di andare oltre il suo dolore, di costruirsi una nuova vita nata da un travaglio interiore che l’ha costretta a interrogarsi su se stessa e sul proprio futuro. La scelta della tecnica Kintsugi ha trasformato la sua cicatrice in una sorte di opera d’arte e, mutando in bello ciò che era brutto, ha sancito la sconfitta della malattia che ha avuto la sfortuna di incontrare nel suo cammino su questa terra. Complimenti a Tatiana per il suo coraggio e a Uliana per averci dato la possibilità di essere testimoni di questa rinascita.

  7. Laura Menesini says:

    Brava! hai fatto un accostamento tra la tazza e il tuo corpo che dimostra come dalla sofferenza e dalle fratture si possa sempre rinascere. Meravigliosi quei capelli che sembrano voler nascondere ma che invece mettono in risalto la tua bellezza fisica e spirituale.

  8. Antonio Desideri says:

    Una lettura, quella dell’autrice, che riesce a mantenere la giusta distanza tra lo stereotipo (sempre in agguato in temi così “delicati”, personalissimi) e il dolore esibito. Come è stato fatto notare, alle cicatrici degli altri si può rispondere con l’empatia, facendo propria l’esperienza, condividendola e (ri)mettendola in circolazione, come un flusso di emozioni. Se è vero che ogni immagine chiama in causa l’osservatore per renderlo soggetto, è il muto scambio di sguardi che ci interroga sul ruolo dell’apparente effimero, di come ogni corpo e ogni psiche hanno bisogno del loro reciproco equilibrio. Guardarsi, vedersi, sentirsi, riconoscersi. In fondo, siamo arte anche noi, delicatamente lanciati nello spazio che ci circonda. Occupare il giusto posto, decisamente, ci spetta.

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