Nov 26, 2020

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NOIA – di Selina Bressan

NOIA – di Selina Bressan

 

 

 

 

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La noia è una sensazione di inerzia malinconica, di stanchezza e insofferenza morale, di tristezza e insoddisfazione, di fastidio.

Durante l’adolescenza, ma purtroppo anche prima in questi tempi, i ragazzi subiscono dei cambiamenti dovuti alla crescita interiore ed esteriore e la mancanza di stimoli scaturisce in crisi caratterizzate spesso e volentieri da noia, apatia e demotivazione.

I ragazzi di oggi sono rapiti dagli strumenti tecnologici, in primis il cellulare, diventato oggetto indispensabile per la sopravvivenza! Ma anche tablet o computer svolgono lo stesso ruolo.

I rapporti sociali stanno mutando: ci si parla poco faccia a faccia ma ci si scrive. Ci si parla attraverso uno schermo o un display, attraverso le cuffie giocando alla play station, si lasciano messaggi vocali che poi vanno ascoltati e a cui si risponde nella stessa maniera.

Ognuno per sè nella propria casa, tutti assieme virtualmente tramite chat o social.

Beh, il discorso è lungo e approfondito….

Con questo mio progetto ho voluto isolare i ragazzi, per soli 20 minuti, in una stanza in cui non c’era assolutamente nulla da fare se non che stare seduti sulla poltrona e aspettare il tempo che passava. Ho voluto vedere se erano in grado di inventarsi qualcosa, se erano in grado di sopravvivere al nulla per un tempo che dovrebbe essere relativamente poco, ma che in realtà per alcuni di loro è stato infinitamente lungo e interminabile.

L’età dei ragazzi va dai 6 ai 15 anni ed è stato per me interessante vedere la differenza di “posa” e di naturalezza tra i bambini entro i 10 anni ed i ragazzini un pò più grandi. I primi più movimentati e fantasiosi, i secondi più posati e consapevoli che una macchina li stava inquadrando e quindi più attenti anche alla posa da mantenere.

Qualcuno durante l’attesa ha detto “Io qui sto invecchiando!”…

Alla fine nessuno è morto, ovviamente… ma pochi hanno saputo reagire alla noia senza lamentarsi.

Selina Bressan

 

 

NOIA

di Selina Bressan

 

 

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N.b.

Se cliccate nella prima immagine di ogni galleria potrete vedere le immagini ingrandite.

L’opera intera presenta 20 sequenze di soggetti diversi, per ragioni di spazio, non abbiamo potuto pubblicarle tutte.

 

 

 

  1. Il Direttore says:

    E’ rarissimo trovare nel panorama della nostra fotografia contemporanea un’opera che ci ripropone, con l’occultamento dell’autore, il processo creativo dell’arte concettuale della prim’ora (anni 1960 e 70).
    Mi è capitato in una serata modenese di far osservare a Franco Vaccari (uno dei padri della fotografia concettuale italiana) come la fotografia concettuale, nel rifiutare la ricerca estetica, sia come un piatto molto dieteco con pochi sapori (se facciamo la similitudine con il gusto). La fotografia che non tocca i sensi con la struttura dell’icona e affida il suo senso solo alla logica richiede una lettura selettiva che sappia cercare quel che questo genere fotografico può dare. Inutile ribadire che per leggere fotografia, e capirne il senso voluto dal fotografo, occorre conoscere il processo creativo col quale ha generato le immagini e da quello comprendere la poetica che ha animato l’interpretazione del tema.

    Nella presentazione di “NOIA” Selina Bressan ha chiarito il processo creativo di queste immagini e nel farlo ha scritto lo statuto della sua opera concettuale che poi ha messo in pratica con grande coerenza realizzando un’opera di processo, dove immagini non nascono da una visione ma da un automatismo.
    Non è un’opera che ha trascurato l’estetica, perché il fondale nero, il punto di ripresa costante che mantiene le proporzioni della scena (la poltrona), dà vita a un concept austero con uno stile ben consapevole nella sua bellezza essenziale. Il fondale nero richiama nel mio immaginario i maglioni neri a collo alto degli esistenzialisti francesi.

    L’idea nasce dal rapporto della fotografa e questa generazione che pratica una costante relazione con i social degli smartphone. Fotografare il loro comportamento durante 20 minuti privati dello strumento e davanti a una fotocamera programmata allo scatto automatico periodico, è stato osservare l’uomo colto nel momento della privazione del proprio mezzo di espressione e socialità. Privare è mettere a nudo, vedere ciò he resta della persona se le togli la maschera. La conclusione della performance è la rappresentazione del disagio di una pausa imposta da altri. Sono diversi i comportamenti, come sono varie le soggettività dei soggetti. Evidentemente non vengono formulati contenuti ma di certo viene sollecitata la relazione tra la fotografa e componenti di questa giovane generazione che si è trovata sola in una stanza ad essere osservata da un obiettivo.

    E’ un’opera aperta, nel senso che si traggono elementi superficiali dell’umanità di questi ragazzi, ma è proprio dai diversi comportamenti può iniziare un percorso di relazione volto a un incontro più intimo con il loro mondo che nasce dall’azione degli adulti ma che loro hanno poi sviluppato secondo percorsi originali e sorprendenti.
    Grazie a Selina Bressan per la condivisione e complimenti per l’ideazione di quest’opera che rivela il suo rapporto maturo con l’atto fotografico.

  2. Selina mi è stata proposta da Annarita Rapanà, una socia molto colta e sensibile del nostro Circolo Fotografico (Fotoclub Colibrì BFI di Modena). Come d’abitudine, prima di formalizzare l’invito, ho esplorato il suo sito web (www.selinabressan.com) e sono stato conquistato dalle sue immagini e dalla sua ricerca. E’ stata ospite del Colibrì in videoconferenza lo scorso mercoledì (25 novembre 2020) per una serata dal titolo “QUATTRO X QUATTRO”, un riferimento ai quattro generi fotografici da lei sviluppati (architettura, still life, fotografia di viaggio, ritratto) ma anche una metafora della instancabilità di Selina, e della sua capacità di muoversi con destrezza sui diversi terreni.
    L’opera “NOIA”, al pari di un’altra dal titolo ESPRESSIONI MUSICALI, pienamente fruibile solo sotto forma di audiovisivo, è chiaramente ascrivibile all’arte fotografica concettuale, come ho avuto modo di sottolineare durante la serata. Nel momento in cui viene predisposto un allestimento che impone alla macchina fotografica uno scatto casuale temporizzato, diventa inevitabile un riferimento a “Crossroad, via Emilia” di Nino Migliori. Un itinerario da Piacenza a Rimini utilizzando uno strano marchingegno costituito da due macchine fotografiche orientate in modo contrapposto che gli hanno permesso, ad ogni incrocio, di immortalare quanto era di fronte ma contemporaneamente anche quanto era alle sue spalle.
    Ancora di più emerge la citazione ad Auggie Wren, immortalato nel film Smoke, fotografo e tabaccaio che per quattordici anni, tutte le mattine, esattamente alle 8:00, montava sul cavalletto la macchina fotografica davanti al suo negozio e fotografava la 3° strada, NYC, sempre con la stessa inquadratura, all’interno della quale, nell’alternanza di luci, ombre, sole, pioggia, emergeva un’Umanità profondamente ricca e variegata.
    Franco Vaccari, uno dei massimi esponenti della fotografia concettuale, teorico della “esposizione in tempo reale”, rinuncia al controllo, esaltando l’indipendenza operativa della fotocamera e la casualità dello scatto. Dalla casualità possono scaturire informazioni che permettono di analizzare e interpretare luoghi ma anche espressioni, reazioni emotive sempre in modo diretto e non mediato. Proprio come ha fatto Selina.
    Ma c’è un altro aspetto che mi ha particolarmente colpito dell’opera “ritrattistica” di Selina e che forse potrà diventare uno spunto per miei personali approfondimenti: l’idea di fotografare “gli stati d’animo”. Fotografiamo paesaggi, architetture, fauna, luoghi più o meno esotici. Fotografare gli stati d’animo può essere una nuova sfida.

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