Dic 20, 2020

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Prima o poi il coraggio – di Elisa Paltrinieri

Prima o poi il coraggio – di Elisa Paltrinieri

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Cronache Di Cult

 

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scheda editoriale prima o poi il coraggio elisa paltrinieri
(pdf scaricabile)

 

 

Intervista a Elisa Paltrinieri

a cura di Silvano Bicocchi

 

SB) Il tuo romanzo nasce dall’ispirazione che si è accesa in Te dal guardare le fotografie di Fabrizio Cicconi e Kai-Uwe Schulte-Bunert che ti hanno mostrato un “altrove” di cui avevi bisogno, senza saperlo. Scrivendo il libro hai capito cosa ti ha attratto così fortemente?

EP) È vero, l’ispirazione per il romanzo è nata grazie a una mostra. Era il 2007 e io collaboravo con la rivista online www.cultframe.com per cui scrivevo recensioni di mostre fotografiche. Quell’anno mi mandarono come inviata al festival Fotografia Europea, dove rimasi molto colpita dalla mostra “2” di Cicconi e Schulte-Bunert, un reportage su Gorlitz e Gorizia, due città che dal dopoguerra erano attraversate da una frontiera imposta dagli accordi post-bellici di pace e che soltanto recentemente avevano visto annullare quel confine. Mi ha attratto il tema (perché specialmente per l’italiana Gorizia non avevo idea che esistesse un muretto simile a quello che ha diviso Berlino per anni) e il modo: i colori tenui, le atmosfere rarefatte e i ritratti così delicati secondo me hanno interpretato al meglio quelle realtà, in cui le tracce della storia sono state introiettate dalle persone e dai luoghi e per vederle bisogna essere disposti ad ascoltare, a fare silenzio. Sentivo il bisogno di raccontare una storia che avesse quell’atteggiamento lì, che fosse in controtendenza rispetto al comportamento di molti che il proprio dolore lo urlano, lo esibiscono, lo svendono, quasi fosse un modo per sentirsi importanti agli occhi degli altri più che qualcosa di intimo da risolvere. Perciò, persino il coprotagonista Roberto Saba, il pugile italiano che ha ucciso il suo avversario sloveno sul ring, cerca di allontanarsi dai riflettori mediatici per vivere il suo dramma in santa pace.

 

Kai-Uwe Schlte-Bunert

 

 

SB) Raramente capita di leggere storie in cui il processo creativo vissuto dal fotografo sia presente con il legame del proprio vissuto. Pensi che il valore della fotografia stia in questo legame intimo col vissuto di chi la pratica?

EP) Sì, credo proprio di sì, poi come sai io mi sono formata – diciamo così – concentrandomi sul caso di Tina Modotti alla quale ho dedicato prima la tesi di laurea al Dams e poi una monografia. Lei ha sempre sentito il forte legame tra il suo vissuto e la sua arte che però hanno avuto vicende alterne: a volte i due aspetti battevano pari, quindi i suoi scatti erano l’emanazione diretta delle sue vicissitudini personali e politiche; altre volte invece non trovavano una sintesi, come dimostra la decisione finale di abbandonare la fotografia proprio perché il suo problema della vita era giunto a ostacolare il problema dell’arte. Asia Bovicini, la protagonista del mio libro, è una fotocronista che vive l’espressione artistica in modo simile alla Modotti, però ovviamente calata nell’epoca contemporanea. Il suo percorso artistico e professionale rispecchia il suo vissuto così come le sue opinioni: per esempio lei si pone in modo critico rispetto alla tendenza, sempre più diffusa, di usare le immagini (televisive e fotografiche proprio perché più di qualsiasi altro mezzo valgono come attestazione di realtà) alzando sempre più i toni, soffermandosi a scavare nel torbido e quindi lei – essendo in contrasto con tutto ciò – cercherà nel lasso di tempo del romanzo di arrivare a realizzare immagini che siano coerenti con le sue idee. Ma comunque questo legame intimo col vissuto di chi lo pratica vale, secondo intensità diverse, per tutti i fotografi: lo scatto è sempre un pezzo di realtà selezionata da chi guarda ma non coincide mai con la realtà intera. Penso valga la pena ricordarlo, perché per chi lavora nell’ambito fotografico è qualcosa di lapalissiano, mentre per tutti quelli (e sono tantissimi, forse troppi) che si sono affacciati a questo mezzo grazie alla facilità dello scatto odierno non è altrettanto evidente.

 

 

SB) Leggendo il romanzo si ha la netta sensazione di accompagnare Asia ( la protagonista) nella forte discontinuità del percorso esistenziale della propria vita, che poi dà senso al titolo. Pensi che questo travaglio, dalla realtà più comoda a una tutta da creare, sia una tensione sofferta dalla tua generazione?

EP) Certo, il percorso esistenziale di Asia è proprio quello di trovare il coraggio per approdare a una vita più autentica, che sia in linea con quello che desidera davvero e non con quello che altri si aspettano da lei. Ma la stessa discontinuità c’è anche nel percorso del pugile Roberto, che per me è tanto protagonista del romanzo quanto la mia fotografa: lui però deve imparare a svincolarsi dal parere di chi lo giudica soltanto per aver ucciso un avversario sul ring senza guardare tutto il resto. Detto ciò, non penso che il travaglio interiore che accomuna i miei due personaggi sia una questione che riguarda solo i quarantenni come me, quanto piuttosto un tema dominante dei nostri tempi e che addirittura diventi più pressante per i più giovani. Intendiamoci: i condizionamenti sociali che spingono le persone a preferire scelte conformiste ci sono sempre stati, ma la novità è che adesso possono essere pilotati e quantificati, come dimostra il caso dei like sui social. In una delle varie interviste che ho fatto per Voce di Carpi, il giornale per cui lavoro attualmente, mi capitò di parlare con un professionista che conduceva dei laboratori con gli studenti delle superiori sul tema della motivazione: uno di questi ragazzi gli confidò che gli piaceva il canto lirico ma che si vergognava a dirlo agli altri, perché se non ti dedicavi alla trap (un genere musicale molto amato dai giovani) non eri cool. Quando sei autentico scontenti sempre qualcuno, ma bisogna farsene una ragione e andare avanti lo stesso. Me lo ripeto molto spesso. Questo alla fine è il cuore del romanzo e il motivo per cui ho sentito il bisogno di scriverlo.

 

 

 

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