Audiovisivo fotografico e dinamica comunicativa


Back

Lince-Giannidi Gabriella Gandino

Un audiovisivo fotografico è uno strumento che, attraverso più canali, permette all’autore di esprimere il suo pensiero, le sue emozioni, la sua esperienza su un argomento, con il duplice obiettivo di narrare qualcosa di sé e di stimolare chi ne fruisce.

In altre parole, l’audiovisivo fotografico è il tessuto che connette l’autore al suo pubblico: è, primariamente, comunicazione.

La definizione che ho proposto, che nasce da un background psicologico più che fotografico, è strumentale alla domanda che ora introduco, e che costituirà il filo conduttore di questa breve riflessione: perché è così importante comunicare?

L’uomo è un essere in relazione con altri esseri: fin dai primi istanti di vita il cucciolo umano cerca attivamente il contatto e lo scambio con gli altri, perché è attraverso la relazione che ciascuno costruisce la sua identità e mantiene un’immagine integra e coerente di sé.

Una conosciuta teoria psicologica afferma che è impossibile non comunicare: ogni azione compiuta, ogni scelta effettuata, ogni parola detta o taciuta è anche una comunicazione, assume un senso, veicola un messaggio.

Inoltre, in ogni comunicazione esistono diversi livelli comunicativi: un messaggio trasmette delle informazioni, ha cioè un contenuto, e al contempo stabilisce anche la modalità con cui le informazioni vanno decodificate, cioè riporta un aspetto di relazione. L’aspetto relazionale suggerisce dunque come deve essere intesa l’informazione che viene trasmessa: è il contenitore entro il quale l’informazione può essere decodificata. In una comunicazione verbale il livello di relazione è definito da tutti gli aspetti non verbali e paraverbali (il tono della voce, le inflessioni, le pause, la distanza tra gli interlocutori, ecc.) che accompagnano la comunicazione e dal contesto in cui essa ha luogo.

Perché l’aspetto di relazione della comunicazione umana è così importante?

Perché ogni persona, anche inconsapevolmente, è inserita in una intricata rete di messaggi; per riuscire a muoversi in essa in modo equilibrato deve riuscire a interpretare il senso delle comunicazioni a cui partecipa.

Da questo punto di vista, riflettere sulla dinamica comunicativa di un audiovisivo significa soffermarsi su quanto l’opera riesce a trasmettere il pensiero e le emozioni dell’autore, a essere la connessione tra l’autore al suo pubblico, a emozionare e stimolare pensieri nel pubblico stesso.

L’audiovisivo infatti, come qualsiasi racconto, si esprime attraverso diversi canali comunicativi: il titolo, la sceneggiatura, il sonoro, le immagini… Ci si attende che essi siano convergenti e consonanti tra loro e con il messaggio che l’autore vuole esprimere.

Alexander Calder, Yellow Moon, 1966.

Come nei Mobiles di Alexander Calder, i diversi livelli di comunicazione devono essere in equilibrio tra loro per risultare armonici. Se uno di essi stona, l’intero audiovisivo risulta disequilibrato.

Quando i canali risuonano all’unisono il messaggio è infatti univoco, lineare, facilmente condivisibile: l’audiovisivo emoziona, stimola delle riflessioni, si ricorda facilmente. Quando ciò non avviene si genera per lo meno un’incomprensione tra autore e pubblico: chi guarda l’audiovisivo non comprende cosa l’autore voleva esprimere, sente un’assenza di contenuto del messaggio, oppure al contrario il contenuto è così forte da risultare ridondante. Inoltre è possibile che i livelli siano dissonanti o ambigui e che suscitino una reazione spontanea di fastidio, di incomprensione, di noia.

Un audiovisivo deve presentare una comunicazione chiara, efficace, incisiva, condivisibile, congruente rispetto ai diversi canali comunicativi (titolo, sceneggiatura, sonoro, immagini).

Nell’esaminare i lavori del 7° Circuito Nazionale Audiovisivi, conclusosi nel mese di luglio 2013, ho avuto modo di apprezzare alcuni audiovisivi in cui la dinamica comunicativa è stata chiara e di forte impatto. In particolare, a titolo esemplificativo, vorrei soffermarmi brevemente sul lavoro dal titolo «Kiribulà». In poco meno di cinque minuti l’autore, Paolo Grappolini, dichiara di voler raccontare «l’affermazione della propria identità di uomo e di clan di una delle più antiche tribù dell’Africa Nera di fronte all’avanzare della globalizzazione».

L’audiovisivo in effetti si apre con un titolo che più di qualsiasi altra parola si riferisce all’identità di un individuo: il suo nome. Si snoda attraverso immagini che fortemente ripropongono il punto di vista del protagonista e raccontano il suo ambiente, il suo mondo relazionale, culturale e sociale attraverso i suoi occhi. E’ accompagnato da una musica congruente con le immagini e da una voce narrante che racconta in prima persona la storia del protagonista.

Tutti i livelli comunicativi convergono verso l’obiettivo che l’autore si era proposto di raggiungere, e l’audiovisivo facilmente risuona dentro lo spettatore, smuovendone le emozioni e restando facilmente ancorato nei ricordi.

Per saperne di più sui livelli di comunicazione umana:
Watzlawick, Beavin, Jackson (1967), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971.