Aleksandr Petrosjan

  ALEKSANDR PETROSJAN

Racconti di Pietroburgo

Le scarne notizie biografiche che compaiono sul suo sito ufficiale ci dicono che «Il fotografo Petrosjan Aleksandr è nato nel 1965. Ha incominciato a occuparsi di fotografia nel 2000. Dal 2003 al 2008 ha lavorato come inviato per il settimanale cittadino Moj rajon, dal 2008 […lavora]  presso la casa editrice Kommersant”». Fine. La scarsità dei dati biografici fa pensare al fatto che abbiano un’importanza relativa, che altri siano gli elementi chiave, ed effettivamente queste opere, difficilmente schematizzabili, traggono la loro linfa da un contatto intimo con il tessuto cittadino sul quale si innestano, del quale esplorano le pieghe attraverso una visione contemporanea della cosiddetta street photography volutamente vaga, attraverso un’astrattezza che paradossalmente diventa costituente e carne di quest’opera. Il protagonista indiscusso è la città di Pietroburgo, ritratta in maniera sempre diversa, come vestigie del potere, recente e non troppo o come riflesso e risultato delle conseguenze della modernità, che la trasforma, la plasma, rendendola sempre differente da se stessa, ma al contempo sempre riconoscibile, anche grazie alla riproposizione nelle fotografie di elementi costanti. Pietroburgo, ci insegna la storia russa, è una città fittizia, la cui costruzione è stata voluta e foraggiata dal desiderio folle dello zar che desiderava una finestra sull’Europa; e una città costruita sui cadaveri non poteva non lasciare un segno indelebile nella coscienza comune. Questo discorso, si noti, è scevro da qualunque giudizio morale o etico, ma nell’opera di Petrosjan fa emergere piuttosto lo sguardo del fotografo, divertito o romantico nella sua flanerie.

Le fotografie di Petrosjan riattualizzano quindi un discorso tradizionale, ma che ammantano di una luce nuova e a cui donano una lingua nuova, quella della fotografia di strada, che in Russia ha sempre avuto esponenti di spicco, ma che raramente si è fatta testo cittadino in maniera così completa e totalizzante, costituito da riflessi e piani sovrapposti, di fondali che si succedono senza fine. In questo senso l’ironia, talvolta poco poitically corrected, ma comunque sempre tagliente, porta in qualche modo a mitigare le contraddizioni della contemporaneità, ma soprattutto della vita russa di oggi, fatta di revisionismo illogico, di una coesistenza di proposte culturali ideologicamente orientate, che fino a qualche tempo fa erano in evidente contrapposizione: i ritratti di Stalin o le statue di Lenin (delle quale spesso – e non a caso – lo spettatore vede soltanto l’ombra) sono rilette in una chiave carnevalizzata, come fondali di un teatro di giullari terribilmente reale: in questo senso Pietroburgo-Pietrogrado-Leningrado diventa epitome e rappresentazione dei sentimenti comuni, generali, di chiunque, testimonianza di un presente noto a qualunque spettatore, non soltanto russo, di personaggi e scene autentici, di sentimenti sempre forti, connotati e soprattutto universali: nella commozione o nel riso, nell’assurdo o nella mestizia è facile riconoscere ombre e suggestioni di esperienze personali, di visioni avvertite in prima persona e svanite come un deja-vu, per definizione indefinibile e inafferrabile, ma che diventa esperienza profonda e intima per chiunque.

Massimo Maurizio