Occhi dilatati.

Occhi dilatati.

Santu Lussurgiu (OR) – Sa carrela ‘e nanti – Salendo per i vicoli di Santu Lussurgiu, affilati madidi vicoli di mattoni e cemento attanagliati dai muri, rigati di muschio, si ascoltano i colpi degli zoccoli; scoppiano a schiocchi cupi, che si ripetono di angolo in angolo fin dentro ai punti più deserti del paese, e hanno il timbro sovraccarico di un tumulo di ossa che frana. I cavalli sono, per un po’, una pura presenza sonora, che li evoca, e diffonde in tutto l’ambiente il fardello di un presagio. La voce dello speaker resta un confuso sottofondo, aggrovigliato e ineffabile. Le imposte sono chiuse, le porte sbarrate. Ci sono poi le improvvise e trionfali esplosioni di applausi che si sollevano dal pubblico lontano come immensi sospiri di sollievo, mentre carenti visioni del palio sono accessibili soltanto al limite di viuzze monche, che, di qua e di là, si gettano sul ripido percorso: mozziconi che terminano in pericolanti balaustrate dove la gente fa ressa, pigiandosi, stiracchiandosi per vedere, una massa boccheggiante di cappotti. Davanti a queste esili aperture lo sfrecciare istantaneo dei cavalli produce una specie di fiotto sordo, che colpisce l’orecchio come un pugno. Queste giostre sarde hanno tutte l’ambizione di dispiegarsi lungo percorsi lineari, che occupano un’intera porzione di città, e pertanto negano una visione d’insieme, consentendone una a bocconi, fatta di tracce enigmatiche, infantili intercettamenti, ludiche lotte per un posto di prima fila. La partenza. Noi saliamo infatti, a fiato rotto, verso la partenza della corsa, correndo parallelamente al percorso, dove la giostra girerà fino al tramonto, come l’acqua di una fontana. Il paese è scoscesissimo, letteralmente aggrappato alla sua montagna. Le strade sono state riccamente concimate dai cavalli, e provo a immaginare quanto tempo passerà prima che tanta merda si dilegui. Ovviamente, non si tratta di un’arrampicata in solitaria, e ragazzi dalle facce scure, con le mandibole a incudine, ci sorpassano ansiosamente, gli occhi avidi di pericolo protetti da folte sopracciglia, con in mente la stessa destinazione. Li ritroviamo poco più in alto, inutilmente impegnati nel tentativo di corruzione di un uomo del servizio d’ordine, un armadio, dal quale sono energicamente respinti. Dopo molte preghiere si allontanano, con un’espressione ancora immune dal dominio della rassegnazione, e un’idea in testa, mentre noi, giustificati in qualche modo dai nostri scopi, veniamo ammessi nonostante l’interdizione. Intanto che un grosso recinto da posta si richiude alle nostre spalle, ci inoltriamo curiosi in un budello che disegna una leggera semicurva a destra, chiuso da quel lato da una vecchissima impalcatura e in alto da due balconcini scortecciati, occupati da due microscopici arlecchini che provvedono ad innaffiarci di coriandoli. Ancora avanti, sulla sinistra, una porta si apre sul corridoio di un disadorno centro sociale, dove quattro anziani riuniti in circolo intonano seriosamente dei canti e si sfidano alla morra. Il budello conclude la sua svolta in uno spiazzetto di cemento grezzo, di un giallo pallido, contenuto da un alto muro scuro e da una piccola impalcatura rossiccia zeppa di gente, su cui sta lo speaker col suo microfono, azzimato e anacronistico, dall’inflessione passionale e impassibile, e, lì davanti, con grande sorpresa, scopriamo una folta ala di spettatori tenuta malamente a freno da un cordone di guardie e carabinieri. Oltre questa vacillante barriera di teste, finalmente, i cavalli. Scendono a coppie da una viuzza di fronte, come le pallette di un flipper, sostituendo quella che è appena partita. Così in un ciclo continuo. Il selciato della partenza è cosparso di terriccio scuro, accuratamente pareggiato, come tutto il percorso che si getta a valle serpeggiando tra le case, e i cavalli vi indugiano, nervosi, agitatissimi, gli occhi dilatati dall’angoscia che gettano sguardi senza destinatari, faticosamente blanditi da fantini mascherati in modo convenzionale e deliberatamente ridicolo, da pagliacci, da indiani, da travestiti: nemmeno l’indizio di un abito tradizionale. E’ l’unico esempio di contaminazione di tutto un contesto, timido tocco di leggerezza autoironica e postmoderna in quello che ha l’aspetto dichiarato di un rito ancestrale, iniziatico, non ancora degradato a spettacolo di folklore irrelato dai bisogni di una comunità e ad unico beneficio del turista e della pro loco. I cavalli sono incoccardati e scampanellanti, e ruotano su se stessi indisposti, tracciando dei cicloidi sul terreno, minacciando di spazientirsi e di scalciare. Quando si avvicinano alla folla questa indietreggia in massa in un molleggiante moto retrogrado eccitato dalla paura: poi si rifanno tutti avanti, intrepidi e stupidi. Attorno, ancora testimoni: una massa che pencola dai cornicioni, dagli architravi, che scivola e si appiattisce lungo i muri delle case, invasata, che spumeggia dagli androni e dai vestiboli, dove riparano tutti, indigeni e stranieri, e le donne distribuiscono dolci e vino. I balconi scoppiano di gente, e sulle ringhiere sono stati gettati dei plaid per contenere il freddo. C’è qualcosa di crudele nell’allegria di tutti, di arcaico e animale, è come se pretendessero il disastro. Nei giorni scorsi è nevicato molto, il terreno è fradicio, la luce crepuscolare è fangosa, il freddo si attarda petulante. Proprio come i cavalli, sento distintamente la morte che striscia qui attorno, facendo il fruscio di un vestito che cade di dosso. Ma non la posso vedere. La morte è in fondo una benvenuta: la gente dimostra di accoglierla col fatalismo di chi ne fa un episodio fra i più splendidi della vita. Non appena la pista è dichiarata sgombra e percorribile – le poche interruzioni, a dire il vero, sono dovute unicamente agli incidenti – i due cavalieri, privi di una qualunque protezione, fiondano i cavalli verso il basso, sbraitando, e dopo pochi metri li fanno avvicinare per comporre il loro abbraccio virile: tenteranno così, con un braccio sulle spalle del compagno, di centrare il bersaglio, ma spariscono prima. Al loro passaggio chiazze di pubblico  si aprono come diaframmi, e, subito dopo, si allargano confusamente sul percorso, come dopo un comizio, e con la stessa distensione si accendono rapidissimi dibattiti sulla prestazione dei cavalieri. Un carabiniere, che interpelliamo in uno di questi momenti, racconta dei frequenti e puntuali incidenti. Lo fa sconsolatamente, perché qua il servizio d’ordine è un assoluto pro forma, e la comunità ha bisogno della giostra e della sua immutata struttura come della circolazione sanguigna. Appena ieri un vecchio è stato schiacciato da un cavallo, e ora sta in ospedale, con un polmone spappolato. Cade un fantino, pare, e lo speaker annuncia la sospensione definitiva della gara, ma lo fa col ghigno trattenuto di chi non ci crede o sa cosa sta per succedere: in un secondo un furibondo crescendo di fischi minaccia una sedizione; la gara continuerà.

Matteo Fulimeni

 

© Giovanni Marrozzini

 

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© Giovanni Marrozzini

 

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