Fantasmi sbronzi.

Fantasmi sbronzi.

Bosa (OR) – Sono due ponti paralleli, tutti e due a una campata, uno di pietra e uno di ferro, uno vecchio e uno nuovo, e si gettano sul portocanale di Bosa, accesa di luce nel fondovalle, dopo un’estenuante trafila di tornanti; e dove arriviamo, ma a giochi fatti, per la metà notturna del carnevale, attratti dal rogo di Gjolgju Puntogliu, un classico fantoccio espiatorio. Bosa è splendida. Due lembi di città si addossano filialmente alle acque del porto canale, come pellicine versate lungo il corso di un’unghia: acque piatte, che solo un debole sciaguattare e i pochi riflessi rendono intuibili, coi radi imbarchi, le barche ferme: sproporzionata prodiga promessa, perchè per una visione del mare occorre dirigersi verso la marina, a febbraio ancora deserta, spettrale, buona per appartarsi. Una parca batteria di luci scopre casette secche e taglienti, puntate verso l’alto come lance, dagli intonaci variopinti, i battenti di legno crivellati dal sole e dal sale, e che sembrano posate sull’acqua, e più che affastellate incollate l’una all’altra, come tanti prigionieri a torso nudo pigiati e infreddoliti. Il corso di Bosa è tutto di queste casette alte e secche, le facciate che a malapena contengono i portoni, ed è una meraviglia, un viale interminabile, un corridoio tra vettori, a parte l’ernia di una piazzetta, anch’essa stupenda, in una gialla luce da soffitta; seconda vistosa sproporzione di questo posto, di cui pare un’appendice, questo viale giustifica tutta la città, come Via Garibaldi a Genova, ne ricalca vagamente il sotto in su, e sembra il regalo di un architetto dissipatore sparito nel nulla, o la creatura effimera, stanzializzata, di un valente scenografo. Potrebbe essere un porto spagnolo, o portoghese, ne ha tutto l’aspetto, e il mare poco lontano rivelarsi un oceano. Sembra fluttuare in una casuale lontananza. Adesso il ponte nuovo è tutto illuminato di una luce bianca fluorescente, ma sino alla balaustra, e gambe senza busto, in pantaloni bianchi, larghi e sfarfallanti, trottano percorrendone la groppa, rincorrendosi fin sull’altra sponda, dove si riconosce una giostra, spenta, in un miserando luna park fra caravan rettilei e silenziosi. Altre figure tutte in bianco si sono appartate sulle sponde del canale, a vomitare, e ancora ciondolanti, sorreggendosi a vicenda, si ridirigono in centro, da cui proviene la musica, a groppi di tumulto soffocato. Il rogo è avvenuto, ma ne restano vestigia sull’asfalto, piccoli casuali roghi satelliti, focolai e carbonelle fra carrelli della spesa rovesciati e materiali improvvisamente aborriti tuffati, per punizione, in questi fuochi epigoni, come dopo una scorreria, fuochi che tardano a spegnersi, mentre una tramontana arida spazzola le strade seminate di cenere e coriandoli. La piazza è tutta una massa bianca danzante che balla su classici pop anni novanta. Questa parte del carnevale prevede il candore integrale, e per ottenerlo si ricorre a tutto: lenzuoli e grembiuli, camice da notte, pigiami. E l’infinito catalogo di copricapi, di parrucche, fasciature, cappelli; cappucci, cuffie, turbanti; cuffie chirurgiche, mitrie e veli arabi. Oltre che bavaglini e bavagli, collari ortopedici, barbe da babbi natali. A quest’ora resta sotto al palco un nocciolo duro e sudato, che si erode con lentezza, pieno di ragazze sarde piccole e acute che si dimenano da ogni parte, ingaggiando lotte di sguardi, stirandosi verso il dj come diversivo o depistaggio, mentre gli orli si scrostano, e chi si dilegua si siede sulle scalette di un caffè: alcuni arrancano già lungo il corso sbattuto di tramontana, come fantasmi sbronzi. Altri portano con sé piccole fiammelle del rogo propiziatorio, ospitandole in lampade o pitali. Tutti sembrano divertirti di un divertimento assoluto, reso puro e immacolato come da una saturazione di colpe, è il dolce oblio terminale del condannato, come se domani ognuno dovesse prendere il mare aperto su una galera diversa, oppure, magari, morire.

Matteo Fulimeni

 

© Giovanni Marrozzini

 

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