Ovatta ghiacciata.

Ovatta ghiacciata.

Palermo - Quattordici ore di traversata lemme lemme, e alle otto ci svegliano, picchiando contro le porte delle cabine. Ho perso l’alba sul mare, che immaginavo perlacea, riconciliante, e ora i miei occhi si aprono nella solita luce di ovatta ghiacciata, da bunker, e squadrano risentiti la rete del letto sopra di me, che, con ammirevole indifferenza,  bada ad ombreggiare pure quella luce grama e ingrata. Alle botte segue un grido militaresco, che si sviluppa nel corridoio, allontanandosi assieme alle botte, ma è emesso dalle facce inappropriate di inservienti bolsi e indisponenti. Trascinano per il corridoio sacchi di plastica nera lascivamente grassi, farciti di lenzuola pulite, le orride nosocomiali lenzuola tirrenia, rigide come ostie, raspose e fredde, compagne fraterne di quelle povere coperte color coperta che giacciono tristi e infeltrite negli impudichi armadietti delle cabine, accortamente piegate e storicamente illibate, emarginate dal loro aspetto miserando, curiose, pittoresche e riprovevoli, come un lebbroso su un marciapiede. Le mani degli inservienti calzano lunghi guanti di lattice chiara, che vengono fatti schioccare sugli avambracci pelosi. A bordo di questo traghetto domina una filantropia spontanea, ma quando la fondamentale informazione giunge sistematicamente previa qualunque sollecita richiesta d’aiuto,  si comincia a sospettare che il tutto dipenda da un gioco d’orgoglio. Il traghetto non trema più, e allenta di colpo i motori, mentre inizia a scivolare nel porto di Palermo, avvicinato da un rimorchiatore. Complice un tango jazzato che viaggia in filodiffusione, tutti i passeggeri impressi pesantemente nel morbido delle poltroncine della sala bar assumono un aspetto gravemente malinconico, di chi ritorna a casa per qualche funerea coincidenza, o per una sgradita necessità. Donne di una bellezza misteriosa e monumentale, gentilizia e zingara, fragile, truffaldina, si avvicendano alla reception; e spariscono: la carnagione dorata e il trucco sgargiante, i capelli lisci di un nero bagnato e viscoso. Intanto, oltre l’oblò appannato di incrostazioni, scorrono ritagli della città, un introibo palermitano nella luce ancora chiara del mattino: l’edilizia feroce si impone, una muraglia di palazzine sabbiose chiusa alle spalle da monti scuri e arrugginiti. Sembrano macigni, e diffondono intorno le vibrazioni del loro antichissimo impatto. Hanno una pesantezza diversa da quella sarda. Quella spingeva, coi suoi gruzzoli di roccia, dritta al centro della terra. Erano rocce che evocavano grotte, profondità, abissi, satiri gongolanti. La Sardegna era infatti il risvolto della Sardegna, il sotto di se stessa. Questa, che ammiro per la prima volta, è una pesantezza concepita per elevarsi, esplodere, ha qualcosa di teofanico, che chiede di ritornare, attraverso le gesta degli uomini, ad una dimensione che trascenda proprio quelle gesta: e gli dei appollaiati, sadici spettatori, ingordi di spettacoli umani. Il traghetto frena ancora. Varcando i cancelli del porto, in mezzo ai carroponti, alti nell’umidore color yogurt alla banana delle nove del mattino,  alle gru dai bracci rattrappiti che compongono coi loro cavi d’acciaio pendenti a piombo molteplici esemplari di triangolo isoscele, all’agitarsi delle motrici con frenesia da insetto,  una barchetta ci affianca: è guidata da un pescatore, con il collo stiracchiato e violaceo,  e la barba più che rasata integralmente abrasa dal sale, che molla il timone per scattare in piedi, esultante, brandendo un pesce enorme, sfoderando una dentatura pericolante, rivolto ai passeggeri che, sul ponte di destra, stanno rilassatamente rannicchiati sulle balaustre, e lo salutano: tra le dita affacciate nell’aria le sigarette fumano amaramente. Penso alla gioia ripetitiva del pescatore, che si mantiene integrale dopo decenni, per un candore cronico e perverso.  La stiva sarà affollata di automobili che si ostacoleranno l’un l’altra, come nella prima scena di Otto e mezzo. Il bancone del primo caffè di Palermo rigurgiterà di dolciumi luccicanti. Saprò di amare la città perché di fronte alla sfolgorante accumulazione di dettagli la mia massa, per una precisa legge fisica, assumerà proporzioni ridottissime, che le permetteranno di penetrare nel quadro senza turbarlo, sgusciando nel roteante groviglio di affilatissime lame dei dettagli e uscendone tutt’al più superficialmente tagliuzzata, mai fatta a pezzi, perché occorre ricordare che ogni dettaglio, anche il più amabile, è prima di tutto un difetto.

Matteo Fulimeni

 

© Giovanni Marrozzini

3 Responses to “Ovatta ghiacciata.”

  1. Renzo scrive:

    Terra Terra Terra….(trittico…)

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