Di là, vedevo Trapani.

Di là, vedevo Trapani.

Trapani – Camminavo sulla griglia di spallette bruciate che contengono le saline, raccolte nei muretti e placide malgrado la valanga di maestrale che dal mare profondo si rovesciava ( e per due giorni e due notti si è rovesciata ) sulla terra, di Egade in Egade, a furenti insinuazioni, scuotendo i rovi sfiancati, precariamente ancorati a terra, come ciuffi di polvere presi nel battiscopa. Il vento slacciava in flagrante i colli amoreggianti dei fenicotteri e asciugava i cavi di ormeggio lasciati arrotolati nell’erba, luridi e spettinati come pellicce di pantegane, come pure la fanghiglia delle ultime piogge taglienti e diagonali, che squamava in piccole tessere dagli orli corrugati, fra grovigli di alghe secche simili a stelle filanti esangui; e zufolava, inoltre, percuotendo le stecche nude di una vecchia pala di mulino, imprimendo un muggente movimento rotatorio alle banderuole dei timidi mulini americani che qua e là, discretamente, macchiettavano inspessendola la vasta e piatta prospettiva, fatta di pezze di colore stese sul mare e cucite l’una all’altra: il mare aperto di un blu incazzato che una bavosa schiumata roteante univa al viola delle secche precedenti le saline, queste ultime di vasca in vasca, gradualmente, sempre più del colore di un brodo di pesce ristretto e andato a male, ferme sotto un cielo di un azzurro sempre più saturo, purulento, sul punto di esplodere, che calcava la sua mano pesante sul mare, nero al tramonto, anzi, bistro, e questa volta screziato di lamine d’argento, lampeggianti sotto gli sguardi di anziane coppie che chiuse in auto ciondolanti restavano ad ammirare l’ultima tappa del sole attraverso le nuvole olivastre, dai margini smerlati e affocati, come quelli di una cartaccia che bruciando rattrappisce e appassisce: vecchie coppie di una immobilità metafisica, zitti e assorti mannequins, fissavano il sole precipitare fra le nuvole a improvvisi fasci segnalatori di luce agonizzante, come sadici e frigidi cacciatori davanti allo spettacolo degli ultimi incespicanti passi di una preda ferita a morte dietro una traforata cortina di cespugli. Un cavo dell’alta tensione snudato sfrigolava, nel vento. Dalle siepi cadaveriche proveniva un brusio di vespaio. Di qua, le Egadi, cetacei di roccia, trivellavano pacifiche il fondale, col loro lento peso. Di là, vedevo Trapani, una fascetta di gessoso cemento biancheggiante, coricata su un mare scuro e sottile come un fumo di benzina; la vedevo competere coi cumuli di sale parzialmente embricati che, dove diradavano le tegole, ingollavano la luce per risputarla più forte, più accecante.

Matteo Fulimeni

© Giovanni Marrozzini

One Response to “Di là, vedevo Trapani.”

  1. Alessandra scrive:

    poesia. accidenti

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