Non dire “Cheese”

Non dire “Cheese”

Poiché da qualche si deve pur iniziare, lo facciamo con la rappresentazione più classica, il ritratto di famiglia, prendendo spunto dalla presentazione di Giovanna Calvenzi della sezione dedicata alla famiglia in posa della mostra di Bibbiena.

Una presentazione che per spiegare la scelta delle immagini in mostra, (si) poneva alcuni interrogativi: cosa vuol dire fotografare una famiglia in posa, e cosa vuol dire mettersi in posa con la propria famiglia per farsi fotografare?

Dunque, in queste due domande si sottolineano già due diversi ruoli, quello del fotografo e dei fotografati, e della negoziazione che intercorre fra due diversi intenti.

Le risposte che vengono fuori dall’analisi nel tempo di questo genere costituiscono altrettanti elementi su cui soffermarsi nel progettare un lavoro dedicato al ritratto di famiglia:

  • Vuol dire organizzare esteticamente l’immagine di un gruppo di persone;
  • Vuol dire verificare e ricreare per la fotografia sottili legami affettivi;
  • Vuol dire essere responsabili per un momento della messa in scena di un’organizzazione familiare;
  • Vuol dire superare le individualità per creare l’immagine di un nucleo collettivo in sintonia accettando la regia di un fotografo;
  • Vuol dire chiedere ai propri soggetti di recitare, interpretare un ruolo, a volte mentire;
  • Vuol dire recitare, interpretare un ruolo, a volte mentire.

L’esempio che vi propongo oggi è “Familienleben” (vite di famiglia), di Thomas Struth, un lavoro iniziato a metà degli anni ’80, e raccolto in un libro pubblicato nel 2008, in occasione di una mostra allestita presso la SK Stiftung Kultur di Colonia. In questo lavoro, come si può leggere sul sito dello stesso Autore (www.thomasstruth32.com/smallsize/index.html), ogni immagine nasce dall’accordo fra i soggetti e lo stesso fotografo in un lungo processo di costruzione dell’immagine, che è sempre informato dalla stessa serie di condizioni: l’invito iniziale viene dall’artista e i ritratti, con rare eccezioni, non sono su commissione. La famiglia decide insieme a Struth la posizione e l’inquadramento della fotografia nella loro casa o nel giardino; una volta organizzata la scena e messi in posa, Struth chiede sempre di guardare direttamente la fotocamera.

Il risultato è un ritratto che rielabora la “classica” fenomenologia della posa pittorica: al prossimo post un parallelo con una diversa declinazione del ritratto di famiglia….

Attilio Lauria

3 Replies to “Non dire “Cheese””

  1. Questo lavoro non mi piace troppo statico e distaccato quasi altezzoso e privo di empatia. Ritengo che le immagini per questo tema debbano più suggerire che mostrare, raccontare le declinazioni di famiglia

  2. beh, un ritratto immagino sia “statico” per definizione… mi trovi assolutamente d’accordo sul fatto che i lavori che saranno presentati per questo tema dovranno dare conto, coralmente, delle diverse declinazioni – linguistiche e rappresentative – della famiglia, ed è appunto quello che abbiamo iniziato a fare: questa, ad esempio, è una declinazione soprattutto concettuale, per quanto possa sembrare più documentaria, per tutte le ragioni spiegate nell’introduzione. e lo dimostra proprio la tua reazione: tu definisci queste foto distaccate, altezzose e prive di empatia. non sarà una reazione emotiva dettata proprio dalla mancanza del sorriso? un lavoro può certamente piacere o meno, ma è più utile valutare se sia valido o meno, se rappresenti un punto di vista interessante e inesplorato…

  3. L’immobilità è innegabile, però, cosa colpisce, è la diversità.
    E’ questo, secondo me, il fattore sorpresa; curiosare nelle pieghe dei diversi ritratti, perché nella differenza di ogni scena, è nascosta la storia.

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