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Fabrizio Tempesti – Manichini della moda


Opera Finalista

di Cristina Paglionico

Poco dopo le sette del mattino del primo dicembre 2013 un passante nota una colonna di fumo sprigionarsi dal capannone occupato dall’azienda “Teresa Moda” nella zona industriale del Macrolotto a Prato: all’interno un numero imprecisato di operai cinesi che, come molti connazionali, lavorano e vivono nella fabbrica, entro loculi in cartongesso adibiti a dormitorio. L’incendio si sviluppa in pochi minuti e solo molte ore più tardi si potrà fare la conta dei morti: sono sette perché qualcuno è riuscito a scappare prima del crollo di una parte della struttura. Una scintilla in mezzo ai tessuti e al cellophane, le bombole del gas usate per cucinare e le stufe elettriche per riscaldarsi sono stati probabilmente la causa dell’innesco e del veloce propagarsi dell’incendio. L’affollamento, le condizioni precarie delle strutture, la provvisorietà in cui vivono migliaia di cinesi a Prato, hanno fatto il resto. Fabrizio Tempesti percorre i luoghi della tragedia, scruta tra i resti anneriti dal fuoco con una piccola fotocamera da cellulare in luogo della prepotente reflex. C’è bisogno di sguardi e consapevolezza, c’è bisogno di rispetto per introdursi dentro la comunità colpita. Il lavoro fotografico è sorprendentemente efficace nella sua sinteticità: detriti in un ampio spazio quasi senza finestre, come un lurido sepolcro, una sedia simulacro delle inutili attese degli scampati, uno scomposto scheletro di grucce contorte, arse le budella dei cavi di un ferro da stiro. Senza rabbia, silenziosa è la commemorazione dei connazionali. I semplici lumini votivi sono accompagnati da sguardi spenti e rassegnati: il ricordo delle vittime durerà come la fiamma che già si spegne nella cera liquefatta. La vita continua, indifferente al dolore. Sul muro dei Tazebao, nel cuore della Chinatown pratese, si leggono le offerte di lavoro. Si torna nelle tane, sui giacigli improvvisati, nello sporco, nel freddo, nei luoghi abitati dalla miseria di essere senza nome, senza volto, senza futuro. Sagome umane popolano le mura degli stabilimenti della moda, come fantocci. Di contraltare i manichini di plastica rispondono dalle vetrine della città, muti, inespressivi, nella loro congelata idea di eleganza. Non è il mondo della Moda che ci fa paura, possiamo difenderci dall’essere, in quel senso, tutti uguali. Ci spaventa invece il modo in cui tolleriamo che possa esistere un popolo di diseredati, privi di diritti, prigionieri di un mondo in cui, invece, non riusciamo ancora ad essere tutti uguali.

Biografia

E’ nato e risiede a Prato. Si avvicina alla fotografia negli anni del liceo (‘68) ma inizia a fotografare con impegno e stampare il bianco e nero nel 1977, anno di iscrizione al Fotoclub Il Bacchino BFI di Prato. Dopo le prime ammissioni, arrivano numerosi premi ad importanti concorsi valevoli per la statistica FIAF. E’ animatore di significative attività culturali, direttore del Dipartimento Manifestazioni FIAF e Consigliere Nazionale per 9 anni, attività che gli valgono le onorificenze BFI ed ESFIAP. Nel maggio 2013 gli viene conferita anche quella di IFI (Insigne Fotografo Italiano). Alcune sue pubblicazioni sono: Prato, Città di Mercanti; I sassi acuti della Calvana; Il tempo dei cento colpi. Ha esposto nelle collettive Un Paese unico, Italia fotografie (Alinari, 1997); Immagini del gusto (FIAF-Slow Food, 2005 e FIAF 2008); 17 marzo 2011, Una giornata Italiana; Casa di guerra (CIFA Bibbiena, fase finale Portfolio Italia 2013).