TERZO PAESAGGIO, SANTO EDUARDO DI MICELI

Ad Augusta, sabato 17 febbraio 2018 alle ore 17:00, presso la Galleria FIAF in via Cristoforo Colombo – Ronco Rossi n. 12, avrà luogo una giornata di studi sul lavoro di Santo Eduardo Di Miceli, IL TERZO PAESAGGIO.
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TERZO PAESAGGIO
SANTO EDUARDO DI MICELI

01. Premessa
Questo mio lavoro fotografico è diviso in tre temi differenti che sono sostanzialmente tre esercizi sulla Fotografia di Paesaggio. Per me è fondamentale che si possano cogliere quelle strutture permanenti, solidali e simboliche; che si possano scorgere gli stili di vita, i comportamenti quotidiani ed i tanti modi di essere che contrassegnano l’identità collettiva di una comunità e il rapporto che essa ha con il Paesaggio. In questa mostra ad Augusta sono esposte le 12 fotografie che compongono l’esercizio sul “Terzo Paesaggio” come lo ha sapientemente definito Gilles Clément nel suo Manifesto del Terzo paesaggio1. Prima di arrivare alle considerazioni sul “Terzo Paesaggio” è necessario introdurre i due esercizi che completano il lavoro che è già stato esposto nella sua forma completa a Caltanissetta.

02. L’origine del vedere
Per capire cos’è l’origine del vedere potremmo provare ad analizzare la produzione figurativa nell’antica Grecia che ha per scopo la “rappresentazione”. Nel campo delle arti figurative rientrano fondamentalmente la pittura e la scultura, ma nella loro accezione più ampia, è da intendere con il primo termine tutte le arti che producono immagini, e con il secondo tutte le arti che producono oggetti. La rappresentazione è quindi quell’atto, cosciente e volontario, del dar forma.
Dar forma, significa far entrare nel mondo qualcosa che, da quel momento, inizia ad esistere.
Dar forma, in questo caso, diviene il risultato di un processo creativo.
Inoltre, le rappresentazioni si suddividono in due tipi fondamentali: le rappresentazioni analogiche e le rappresentazioni logiche. Le prime nascono da un rapporto di analogia con la realtà, le seconde si affidano al logos. Le rappresentazioni logiche ricorrono in genere a simboli o segni di tipo linguistico.
Le rappresentazioni analogiche usano quasi esclusivamente le immagini.
In pratica anche nella costruzione dell’immagine si può dare prevalenza o agli elementi della percezione o a quelli dell’interpretazione. Nel primo caso diciamo che l’immagine è di tipo naturalistico, e quindi l’arte che la produce si muove in un sistema ottico. Analizziamo adesso come si strutturava la rappresentazione teatrale greca2: ai tempi dei primi tragici greci, lo spettacolo consisteva in una trilogia, ossia in un poema ciclico che raccontava in tre drammi, ciascuno dei quali in sé perfettamente concluso, un’unica vicenda.
La prima tragedia doveva parlare all’animo dello spettatore, essere cioè prevalentemente drammatica, la seconda all’orecchio, essere quindi essenzialmente lirica, la terza all’occhio, ossia offrirgli un grande spettacolo visivo. Ecco perchè credo che il teatro greco sia l’origine del vedere.
Poi vi è un’altra questione che riguarda la costruzione dei teatri greco – ellenistici di Sicilia in luoghi che hanno un paesaggio che dona all’occhio una “visione del mondo”.
Questa è l’origine del vedere ed è il grande poema che il popolo greco ci ha lasciato.

03. Il paesaggio italiano
Nel 1632 a Delft nasce Johannes Vermeer. Delft era un centro culturale modesto rispetto a Utrecht ed Amsterdam, Delft era però un importante crocevia dei commerci marittimi e navali e ciò permise a Vermeer di tenersi in contatto con l’evoluzione dell’arte e del pensiero e di poter nel contempo formare lontano dai più celebrati maestri fiamminghi contemporanei, la sua originale visione della pittura. Troppo sottile ed avanzata nella sua apparente semplicità l’opera di Vermeer, è presto dimenticata per essere riscoperta solo duecento anni dopo, nel secolo che vede l’invenzione della fotografia.
Il Canaletto, invece, con le sue nitide e realistiche vedute di Venezia e di Londra esprime l’esigenza di una visione del mondo sempre più analitica e scientifica.
Le sue vedute sono tracciate con l’ausilio dell’occhio artificiale cioè della camera oscura in questo modo viene eliminata ogni dimensione fantastica e nella perfetta corrispondenza di ogni dettaglio del quadro al reale, viene mostrata anche la verità quotidiana dei gesti della gente fermata per strada.
La pittura di paesaggio ebbe però un cambiamento radicale con la Scuola di Barbizon3 con Corot.
La scuola di Barbizon cerca nella rappresentazione sincera del vero, l’espressione del sentimento e di valori etici arrivando, come risultato, alla raffigurazione di paesaggi lirici, più profondi ed inquieti, spinti da un irrefrenabile desiderio di conoscere i meandri della natura.
Nel dipinto “La cattedrale di Chartres” di Corot possiamo osservare un monumento storico trasportato fuori dalla sua importanza intrinseca, e calato in un paesaggio come parte di esso, al pari di un monte o di una casa. In Corot e Lorrain è visibile una somiglianza nei metodi.
Corot visitò spesso l’Italia in almeno tre occasioni e due suoi “Studi Romani” sono esposti al Louvre. Questa rappresentazione del paesaggio, che è alla base del Viaggio in Italia4, nei disegni e nelle raffigurazioni storiche è il tema che m’interessa perchè mette insieme il paesaggio naturale e quello colturale rendendolo unico nel suo genere.
Questa rappresentazione del Paesaggio diventa quella a cui storicamente siamo abituati riferendoci alle più recenti riproduzioni nei nostri libri fino all’altro ieri in bianconero. Questo è il paesaggio che viene rappresentato fino alla scoperta da parte di un gruppo di fotografi di un “nuovo” paesaggio che tratteggia un altro modo di vedere la nostra Italia.
Dobbiamo ad Arturo Carlo Quintavalle la scoperta dei fotografi come possibili “lettori” del Paesaggio Italiano. Quintavalle studia quando Carlo Ludovico Ragghianti insegna a Pisa e torna alla vita universitaria perchè viene nominato professore di ruolo, dove succede al suo maestro Matteo Marangoni. Quest’esperienza didattica sarà fondamentale per Quintavalle perchè essendo dentro questa genealogia potrà scoprire le fotografie di Luigi Ghirri e riconoscerle.

04. Il terzo paesaggio
Dobbiamo al fotografo italiano Luigi Ghirri la rivoluzione culturale nella fotografia di paesaggio italiana. Come scrive Antonella Russo nella Storia Culturale della Fotografia Italiana:

“La vera novità di Viaggio in Italia era costituita, dalle opere dello stesso Ghirri, che avevano inaugurato una fase per lui iniziata nei primi anni ’80.
Fu in quel periodo che Ghirri si dedicò a una narrazione visiva del paesaggio, che diventò il suo strumento per comprendere il mondo, analizzarlo e registrarne anche i minimi cambiamenti. Già verso la fine degli anni ’80, con il tramonto delle ideologie e con la perdita di riferimenti culturali consolidati, quelle immagini sembrarono acquistare un carattere prescrittivo, capace di indicare un modo preciso di guardare al paesaggio: da una parte esso doveva evocare la meraviglia e lo stupore del bambino che apre gli occhi sul mondo, dall’altra doveva suscitare una nostalgia o un sentire etico, una commossa consapevolezza della sua progressiva scomparsa5.”

Per completare l’esercizio sul “Terzo Paesaggio” ci viene in aiuto Gilles Clément, un paesaggista francese, che ha sapientemente definito nel suo Manifesto, il Terzo paesaggio.
Quello che mi interessa è il punto XII – Rapporto con la cultura al punto 1 delle definizioni:

“Il Terzo Paesaggio può essere considerato come frammento condiviso di una coscienza collettiva a patto di situare la condivisione nell’ambito di una stessa cultura.6”

La cultura dell’abbandono del territorio tipico del Sud Italia è il punctum di quest’indagine fotografica ed è il messaggio culturale che urgentemente è necessario rivedere.
Come scrive Clément nel suo Manifesto nella parte sul rapporto con la cultura al punto 2:

“Conferire al Terzo paesaggio il ruolo di matrice di un paesaggio globale in divenire”.

L’idea è quella di imparare a guardare questo paesaggio e affrontare quelle strutture mentali e culturali che hanno permesso al nostro meraviglioso paesaggio italiano di essere abbandonato e trascurato in questo modo.
Abbiamo bisogno di tornare a prenderci cura del nostro paesaggio e i fotografi sono testimoni che hanno il compito di rivelare e di farci vedere la dove normalmente non ci piace guardare.

NOTE
1. Gilles Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, 2005, Macerata;
2. Giovanni Chiaramonte, Storia della Fotografia, Jaca Book, 1983, Milano;
3. Giovanni Chiaramonte, idem;
4. Johann Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia (1786-1788), a cura di Lorenza Rega, Rizzoli, 1991, Milano.
Il diario del Gran Tour italiano compiuto da Goethe. Da dovere culturale di ogni gentiluomo, il viaggio in Italia diventa per il poeta tedesco un’esperienza fondamentale. Il suo diario si colloca a meta strada tra lo scritto autobiografico, il romanzo di formazione e il saggio di poetica.
5. Antonella Russo, Storia culturale della fotografia italiana, Einaudi, 2011, Torino.
6. Gilles Clément, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, 2005, Macerata.