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Portfolio Italia 2014 – Finale > Bibbiena

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Bibbiena – 29 Novembre 2014

IL GRAN FINALE
DI PORTFOLIO ITALIA PREMIO APROMASTORE

portfolio italia

tutti i finalistiTUTTI GLI AUTORI FINALISTI

i tre autori finalistiI TRE AUTORI FINALISTI

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L’opera che vince il Portfolio Italia 2014 è Donne del digiuno
di Francesco Francaviglia commentato da Silvano Bicocchi

Donne del digiuno

“ Le Donne del digiuno” sono i ritratti delle donne siciliane che nel luglio del
1992, nel giorno del funerale del magistrato Paolo Borsellino, diedero vita con il
pubblico digiuno a una sorprendente protesta civile contro la mafia.
Fu Gandhi, per primo, ad adottare il digiuno come strumento non violento di
lotta politica per la conquista dei diritti civili. Egli praticò il digiuno con gli stessi
significati che esso ha nelle religioni, ovvero l’assunzione da parte di chi lo
esercita di responsabilità e purificazione.
Nel contesto di quel giorno tristissimo del ‘92, il digiuno fu segno di
responsabilità nell’assumere un atteggiamento mentale opposto a quello
dell’indifferenza verso il fenomeno mafioso e di purificazione da tutte le forme di
influenza culturale che la mafia esercita.
Nell’opera di Francesco Francaviglia ogni volto racconta con i segni fisiognomici
l’unicità di una storia umana, ma tutte sono vicende di dolore privato causate da
pubbliche trame del fenomeno mafioso!
Queste donne, nei loro ritratti, ci appaiono con occhi che sanno cosa guardare e
come porsi, negli scenari intimi del proprio vissuto che la memoria custodisce ed
elabora con affetto verso i loro cari, vittime di mafia, e con amore per la libertà.
Anche la fotografa etizia Battaglia era tra quelle donne ed è oggi tra questi volti
illuminati e avvolti nel buio, nella stessa oscurità dalla quale lei fece emergere,
nel 1993, il volto della vedova Rosaria Schifani chiusa nel dolore del lutto. Con
questa scelta visiva, inusuale, il linguaggio della Battaglia passò dal rumore della
metafora fotogiornalistica, al silenzio metafisico della metonimia artistica.
E’ metonimico anche il linguaggio fotografico di Francesco Francaviglia quando
legge, dopo oltre vent’anni, in ogni ritratto, quel personale messaggio intimo
comunicato dai segni lasciati sul volto dall’elaborazione di sofferti vissuti o di
strazianti lutti. Ma nella coralità dei messaggi di queste madri, mogli, sorelle,
compagne, prende forma la metafora del femminile con la sua natura capace di
accogliere la vita, consolare e proteggere il ferito e difendere la memoria di chi è
morto.
Il volto della donna siciliana che prende forma dalla maestosa coralità de “ e
Donne del digiuno” mostra una viscerale energia nel rifiuto del rassegnarsi al
potere mafioso e promuove, contro le evidenze del passato e del presente, la fede
in un futuro di libertà.

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Secondo Premio ex-aequo
Sergio Ceglio con il lavoro Istambul commentato da Pippo Pappalardo

Istambul

“Istambul” è una metafora, anzi, un “viaggio metaforico”, un disporre della
rappresentazione dello spazio e del tempo, che va emergendo dentro e fuori di noi, per
agganciare, con un salto linguistico ulteriore, possibili significati, magari quelli che il
viaggio incontra poiché liberatesi lungo il percorso.
Perché Istambul? Perché “isten polis”, “questa è la città”, il cui nome assume morfemi
lessicali diversi al variar del destino e della storia; perché, come ricorda l’Autore, è una
città scissa, divisa, in perenne vigilia di una scelta: porta d’Oriente o d’Occidente? pupilla
dell’Islam o radice di tante religioni? culla dello ius romano o tollerata ospite della comunità
europea?
E già la sequenza si confronta con la storia: chiese latine divenute moschee, oggi, sono
musei; e le donne hanno un volto e uno sguardo sempre diverso; ed il fotografo, con felice
espressione, dichiara di volere immergersi e penetrare la “meraviglia di una scelta laddove
le sue e le altrui paure diventano richiami per la coscienza”. Anche perché la città è
creatura dell’uomo per eccellenza e viaggiarvi dentro comporta decifrarne il rapporto
interiore. La sequenza, allora, ci parla “di un incessante colloquio con l’inconscio, l’ignoto,
il mistero della città”, perché la città, aggiungiamo noi, topos dell’abitare e della modernità,
è il luogo dove cercare con evidenza le tracce di una civiltà.
Ceglio articola una proposta espressiva di tipo artistico-narrativo laddove gli elementi
indagati suggeriscono quanto cercato o intuito; e, talvolta, la sua stessa sorpresa. Ogni
incontro è provocato da una domanda, da un’attesa di risposta ma solo le immagini
soddisfano la necessità da cui erano nate. E sono immagini raccolte senza rincorrere la
realtà, senza meramente obbedire alla ricerca di una nuova forma, senza compiacimenti
retinici; immagini, piuttosto, come prelievi sui quali promuovere la trasformazione capace
di suggerire, alludere, svelare. Un laboratorio dell’immaginario che, a mio avviso, trova in
Ackermann un prestigioso quanto lusinghiero momento di confronto stilistico.

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Secondo Premio ex-aequo
Fabrizio Tempesti con l’opera Manichini commentata da Cristina Paglionico

manichini
Poco dopo le sette del mattino del primo dicembre 2013 un passante nota una colonna di fumo
sprigionarsi dal capannone occupato dall’azienda “Teresa Moda” nella zona industriale del
Macrolotto a Prato: all’interno un numero imprecisato di operai cinesi che, come molti connazionali,
lavorano e vivono nella fabbrica, entro loculi in cartongesso adibiti a dormitorio. L’incendio si
sviluppa in pochi minuti e solo molte ore più tardi si potrà fare la conta dei morti: sono sette
perché qualcuno è riuscito a scappare prima del crollo di una parte della struttura. Una scintilla in
mezzo ai tessuti e al cellophane, le bombole del gas usate per cucinare e le stufe elettriche per
riscaldarsi sono stati probabilmente la causa dell’innesco e del veloce propagarsi dell’incendio.
L’affollamento, le condizioni precarie delle strutture, la provvisorietà in cui vivono migliaia di cinesi a Prato, hanno fatto il resto.
Fabrizio Tempesti percorre i luoghi della tragedia, scruta tra i resti anneriti dal fuoco con una
piccola fotocamera da cellulare in luogo della prepotente reflex. C’è bisogno di sguardi e
consapevolezza, c’è bisogno di rispetto per introdursi dentro la comunità colpita. Il lavoro
fotografico è sorprendentemente efficace nella sua sinteticità: detriti in un ampio spazio quasi
senza finestre, come un lurido sepolcro, una sedia simulacro delle inutili attese degli scampati, uno
scomposto scheletro di grucce contorte, arse le budella dei cavi di un ferro da stiro.
Senza rabbia, silenziosa è la commemorazione dei connazionali. I semplici lumini votivi sono
accompagnati da sguardi spenti e rassegnati: il ricordo delle vittime durerà come la fiamma che
già si spegne nella cera liquefatta. La vita continua, indifferente al dolore. Sul muro dei Tazebao,
nel cuore della Chinatown pratese, si leggono le offerte di lavoro. Si torna nelle tane, sui giacigli
improvvisati, nello sporco, nel freddo, nei luoghi abitati dalla miseria di essere senza nome, senza
volto, senza futuro. Sagome umane popolano le mura degli stabilimenti della moda, come fantocci.
Di contraltare i manichini di plastica rispondono dalle vetrine della città, muti, inespressivi, nella
loro congelata idea di eleganza. Non è il mondo della Moda che ci fa paura, possiamo difenderci
dall’essere, in quel senso, tutti uguali. Ci spaventa invece il modo in cui tolleriamo che possa
esistere un popolo di diseredati, privi di diritti, prigionieri di un mondo in cui, invece, non riusciamo ancora ad essere tutti uguali.

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