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Genti di Calabria

È stato pubblicato, con il sostegno dell’Associazione Culturale Suoni e Luci, il volume fotografico “Genti di Calabria”, racconto del viaggio alla scoperta del popolo calabrese del maestro Pino Bertelli. Un atlante di geografia umana con circa 180 fotografie di volti, fisicità e posture, e la prefazione a cura di Oliviero Toscani, Luigi Maria Lombardi Satriani, Luigi la Rosa, Hubertus von Amelunxen e Maurizio Rebuzzini. Il volume è accompagnato da un docufilm in DVD realizzato dal regista Francesco Mazza.

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Magnetico, sin dalle generose dimensioni di stampa che restituiscono sguardi intensamente “punctuti”, Genti di Calabria è un lavoro che vive all’intersezione di scelte concettuali diverse, nutrendosi dei relativi accumuli di senso. Fra visione e scrittura, innanzitutto, con la dimensione estetica di genere che s’intreccia ineludibilmente alla funzione documentaria, per un’ibridazione che aggiorna i codici visuali di un’etnografia spesso impantanata in un meridionalismo fotografico di maniera.

Nell’attualizzazione degli archetipi sociali che ne risulta, intreccio fisionomico tra arcaico e moderno, Bertelli restituisce ai ritratti la percezione di una nuova consapevolezza identitaria, entro la quale si inscrive la normalità delle genti di Calabria. Perché è proprio questa, la conquista che il lavoro di Bertelli rappresenta per le genti di Calabria, la consegna ad una normalità fin qui negata, possibile grazie anche alla dialettica fra lontananza e vicinanza. Solo uno sguardo estraneo, non coinvolto nel medesimo spazio antropologico dei propri soggetti, e al tempo stesso autenticamente curioso, dimentico di ogni condizionamento iconico, diventa uno sguardo rivelatore, capace cioè di cogliere non soltanto ciò che si comprende per condivisione di codici interpretativi, ma per interesse nell’uomo.

Cosa sia poi l’autorialità nel ritratto lo si misura non certo dalla tecnica, dalla perfezione fattasi nitidezza dei volti, quanto dalla fiducia che ne traspare. Affidare qualcosa di così intimo e prezioso come la propria immagine, che l’Idriss di Tournier si incammina dal Sahara a Parigi per riavere indietro, testimonia di una capacità empatica che relega lo scatto solo ai margini di un percorso di avvicinamento umano e personale.

E, d’altra parte, questo donarsi apertamente che approda infine al fotografico non può che connotarsi come superamento di un ennesimo clichè, il calabrese ancestralmente diffidente e introverso.

Ciò che rimane, quando anche la pagina dell’ultimo ritratto è stata girata, è un sentimento di rinnovata fiducia nel futuro: è un libro che fa bene innanzi tutto ai calabresi questo, con il suo contribuito alla diffusione della consapevolezza di un’identità collettiva dalle radici salde, ma anche dai rami come ali.

Attilio Lauria