Feb 6, 2014

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Tribe NO NAME – di Romina Remigio

Tribe NO NAME – di Romina Remigio

Tribe NO NAME [tribù senza nome], di Romina Remigio

Monti dell’Udzungwa, Tanzania centro-meridionale.

9920 sono i chilometri che in 38 ore di viaggio ho percorso in aereo, fuoristrada e a piedi per arrivare dai Watoto wa mateso.

I watoto wa mateso, wa shetani, figli del dolore, del demonio, sono una tribù sconosciuta composta da più di 1500 persone, confinata da circa ottant’anni a 2400 metri, in piena foresta. Sono stati isolati e cacciati dalla regione dell’Iringa, solo perché affetti da una forma di epilessia rarissima, sconosciuta quanto loro adesso. A causa delle reazioni provocate dall’epilessia venivano considerati posseduti dal demonio e per questo ammazzati e scacciati. Di conseguenza negli anni, si sono spinti sempre più all’interno della foresta e così hanno continuato a vivere senza alcuna dimensione temporale. Il futuro non esiste, tutto viene considerato a partire dal momento presente.

L’intensità della pioggia, come lancette di un orologio segna le stagioni, quindi il lavoro dei campi e la kifafa, la malattia, definisce il tempo della vita. Ogni gesto è sacro e per questo interpretato dal baba mkubwa, il capo villaggio e dai guaritori-stregoni.

La causa generante la kifafa, è un parassita che creando una grave infezione cerebrale, genera attacchi di epilessia che a sua volta non essendo curati, provocano cadute con relative conseguenze, a chi ne è affetto. Inoltre ci sono cause genetiche dovute alla consanguineità e al forte abuso di alcol.

  1. Il Direttore says:

    Con “Tribe No Name” di Romina Remigio chiudiamo questa serie di opere dedicate a temi antropologici. Il nostro piccolo progetto è stato fatto per vedere dove si spingono gli appassionati fotografi nel contatto con l’uomo di altri continenti. Romina Remigio è una giovane fotografa che non viaggia per turismo ma si reca in Tanzania per compiere progetti umanitari. Tanto ha già fatto, ma le realtà africane sono talmente vaste da chiedere continuamente nuovo impegno. Ho l’impressione che questo amore per la Tanzania stia diventando un’esperienza che dà un senso forte alla sua vita.
    “Tribe No Name” è un’opera animata da un’idea narrativa tematica per la visione soggettiva dei problemi provocati dall’alcol. Lo stile della narrazione è simile a quello di altri suoi lavori: inizia col fornire informazioni ambientali per poi stringersi sul corpo delle persone per mostrare, con l’occhio dell’amore solidale, le malattie e i patimenti vissuti. In questa opera ci parla di una comunità sconosciuta alle carte geografiche e della sua realtà dolorosa, lo fa con una visione sempre acuta nel far emergere l’uomo che è dietro alla “maschera” che la sua storia gli ha modellato addosso.

  2. Renata Cervia says:

    Ho apprezzato molto il reportage di Romina Remigio, i suoi scatti mi colpiscono per la loro immediatezza, per l’empatia e l’umanità che riescono a comunicare.
    Una bella sintesi tra emozione ed informazione.
    Complimenti !

  3. Isabella Th says:

    Fin da bambina ho sempre ammirato la fotografia ed i documentari dedicati a temi antropologici.
    Chi ha già qualche anno dietro le spalle, come me, ricorderà le immagini affascinanti che si trovavano sulle riviste dedicate ed i documentari che venivano trasmessi dall’allora unico canale della RAI.
    Era magico, scoprire quante e quali diversità ci regalava il mondo, finalmente a portata di tutti, grazie alla fotografia ed alla televisione.
    Ora che tutto è svelato sembra impossibile che esistano ancora realtà come quella drammatica descritta da Romina Remigio alla quale va tutta la mia ammirazione.
    Si, perché ho sempre ragionato su quali e quante difficoltà e fatiche si debbano affrontare per riuscire a portare a nostra conoscenza situazione come quella terribile di questi poveri “figli del demonio”.
    Complementi, quindi, ad un’opera di documentazione che non perde mai di vista il dovere fondamentale del rispetto e della misericordia, dove le persone sono rappresentate come tali, anche se il contesto è, per noi, incomprensibile e terribile.
    Forse, la vera protagonista è l’ignoranza e la cattiveria, con la quale ancora oggi dobbiamo fare i conti, nonostante la nostra presunzione di civiltà.

  4. Orietta says:

    Romina Remigio, come ci ha ben ricordato il nostro Direttore, è una fotografa che usa la sua capacità ed amore per la fotografia a scopo umanitario. E’ una fotografia che racconta per toglierci dall’indifferenza. Un avvicimamento al dolore e al disagio che ha del Misericordioso. Di fronte al realismo di queste immagini, alla profondità del suo sguardo fotografico, non ci possiamo sentire troppo felici nelle nostre comode case.
    Grazie Romina per gli scossoni che questi tuoi lavori ci danno.
    Un modo per farci prendere coscienza che cambiare le cose si può, ma soprattutto si deve e che il compito è di tutti.

    Orietta Bay

  5. giancarla lorenzini says:

    Un lavoro che mi comunica un profondo dolore di questi “figli del dolore” per l’appunto, non tanto per la sofferenza fisica quanto per la sofferenza interiore; la sofferenza dovuta al rifiuto e alla condanna. La sofferenza di non sentirsi accolti ed amati che supera il dramma della malattia stessa. Una sofferenza antica, molto spesso legata all’ignoranza e alla superbia di credersi superiori al altri uomini tanto da decidere per il loro destino…una sofferenza quanto mai attuale anche se con forme diverse e molto più sottili. Un tipo di fotografia che non è spettacolo e che esula dallo sfruttamento di situazioni difficili, ma che si fa campanello d’allarme per le coscienze.

  6. Antonino Tutolo says:

    Dopo i reportages dai campi di concentramento nazisti, di quelli di Pol Pot, del Sahel e delle miniere d’oro raccontati da Salgado, ecc., ci siamo sempre illusi che qualcosa sarebbe cambiato. Invece no. Queste immagini ci arrivano anche mentre mangiamo, come se fossero scene di film. Ci abbiamo fatto l’abitudine.
    Nulla cambierà!
    Forse si potrebbe tentare di far conoscere solo il bene; non il male. Hai visto mai che anche il bene possa risultare contagioso?!

  7. romina remigio says:

    …Carissimi permettetemi di dirvi solo Grazie….. GRAZIE PER AVER COMPRESO IL SENSO INTRINSECO DI QUESTO REPORTAGE….le difficoltà fisiche ci sono state e ne porto ancora le conseguenze ma sono minime rispetto alle emozioni che ho vissuto camminando e vivendo con questo popolo…un abbraccio a ciascuno. Romina

  8. straordinario reportage, io che non viaggio, mi trovo a guardare immagini e vita di popoli solo attraverso la fotografia di chi si avventura con coraggio e volontà, perchè davvero ce ne vuole tanto di coraggio e di volontà. E’ una bellisima fotografia in bianco e nero, affrontata con sensibilità, e condivisione con la gente, con il luogo.
    complimenti all’autrice che conoscevo già in altri bellissimi lavori.

  9. Giovanna De Franchi says:

    Immagini forti che ti catapultano in un mondo che non vorresti
    mai vedere, che non vorresti esistesse.Un’opera che a noi, che
    abbiamo tutto, deve far riflettere sulla realtà di chi non ha niente, ma solo, come bagaglio di una vita,la malattia, la povertà e…un unico sorriso.
    Complimenti Romina,in ogni tua foto è presente l’amore che tu
    provi per queste persone e grazie per averci regalato una testimonianza concreta di un angolo di umanità sconosciuto ai più.

  10. Gianni Beciani says:

    Ho avuto il piacere di apprezzare questo lavoro al ” Photo Face New 2013 ” di Sassoferrato dove ho fatto i miei personali complimenti all’autrice per la preparazione,l’approccio e la realizzazione di questo fantastico portfolio.
    Complimenti ancora.

  11. dr. Giovanni Battista Pesce says:

    Quale presidente dell’AICE, associazione italiana contro l’eèilessia, volevo complimentarmi con la dottoressa Romina Remigio e comunicarle nostra disponibilità a sostenere, per quanto si possa, la sua azione ed informazione relative al Trubù No name

    Se crede può contattarci al assaice@iperbole.bo.it al 3928492058 al http://www.aice-epilessia.it

    un franco saluto

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  1. Tribe «No Name» | - […] Remigio    Questo splendido reportage fotografico di Romina Remigio ha vinto il «Silver award», categoria Storia, al Fiof Awards…

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