Ott 23, 2014

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L’Ira Funesta – di Filippo Venturi

L’Ira Funesta – di Filippo Venturi

“L’Ira Funesta” – di Filippo Venturi

Realizzato a Forlì (Italia) nel 2014.

8 utenti su 10 sono donne.
Il tempo medio all’interno della stanza è di 20 minuti.

La camera della rabbia il luogo dove l’utente trova un nuovo tipo di libertà.

Solo chi vi entra conosce i motivi che l’hanno spinto fin lì, a volte anche a centinaia di chilometri da casa.

Portano in eredità una rabbia antica, figlia sia di società sbilanciate e patriarcali che di società moderne, dove lo stress condisce ogni aspetto della vita quotidiana; essere all’altezza, scalando le aspettative come figlia, amante, madre, moglie, lavoratrice, il tutto in fugaci spiragli di tempo, prede di facili etichettamenti e pregiudizi, senza alcuna rete di sicurezza e senza la garanzia dell’altrui discernimento una volta giunti sulla vetta.

 L’utilizzo della Camera della Rabbia – un luogo adibito all’esternazione della rabbia, dove è possibile comprare porzioni di tempo da dedicare alla distruzione del suo contenuto, con mazze da baseball e martelli da demolizione – per alcune persone è un gesto liberatorio, un tasto “reset” che consente di liberarsi simbolicamente e fisicamente di rabbie, rancori e scorie accumulate nel tempo, prima di re-iniziare la propria vita libere da questo fardello. Per altre persone è invece una necessità, mensile o anche settimanale, per sfogare e quindi eliminare sentimenti negativi.

Nel dicembre 2011 ha aperto l’Anger Room di Dallas (USA).

Nell’ottobre 2012 ha aperto la Rage Room di Novi Sad (Serbia).

Nel 2013 ha aperto la Camera della Rabbia di Forlì (Italia).

La prima traccia del concetto di Camera della Rabbia, però, risale al 1962, per la precisione al racconto Il palazzo da rompere di Gianni Rodari. Dopo quasi 50 anni, quel che aveva immaginato Rodari è diventato una vera necessità.

 

 

 

 

Note biografiche.

Sono un fotografo e videomaker. Lavoro principalmente in Italia.

Mi occupo di fotografia commerciale, reportage e progetti di carattere sociale; ho ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Collaboro con diversi magazine.

Nel 2012 ho realizzato il progetto “In Oblivion”, sul quartiere di Red Hook, a New York.
Nel 2013 sono stato premiato, col suddetto progetto, nel concorso “Crediamo ai tuoi occhi”, esponendolo al Centro Italiano della Fotografia d’Autore. Nello stesso anno ho esposto in una grande personale al Centro Cinema Città di Cesena ed ho presentato il progetto video-fotografico “The Game of War” a Camarinas (Spagna) nell’ambito del progetto europeo YPAD Project.

Nel 2014 sono risultato finalista al Kolga Tbilisi Photo Award e al Mantegna cercasi, venendo pubblicato nei rispettivi cataloghi ed esponendo nelle rispettive mostre.
L’ultimo progetto fotografico, in fase di ultimazione, riguarda il morbo di Alzheimer.

Dal 2011 faccio parte della commissione selezionatrice del Sedicicorto International Film Festival.
Sono co-fondatore dell’associazione culturale Sovraesposti, specializzata nella comunicazione e produzione video. Nel 2013 ho diretto il documentario “Forum Living”, incentrato sulle problematiche del centro storico di Forlì. Nel 2014 ho vinto il premio “L’Anello debole” col cortometraggio “Acqua passata” (nella veste di sceneggiatore).

www.filippoventuri.it

filippo.venturi@gmail.com
+39 346 3060406

 

  1. Il Direttore says:

    “L’ira funesta”, di Filippo Venturi, è un’opera animata da un’idea narrativa tematica per l’interpretazione soggettiva di un comportamento umano.
    Aprire questo portfolio al tavolo di lettura di Foto Confronti di Bibbiena mi ha molto sorpreso! Piacevolmente sorpreso dalla sensibilità dell’autore ad interessarsi di un nuovo comportamento ancora in fase embrionale e di come è riuscito a raccontarlo. Il fenomeno in sé non mi ha meravigliato data la violenza quotidiana che ci è comunicata con dovizia di particolari dai mass media. Non entro in merito al fenomeno che evidentemente ha almeno due facce: scaricare rabbia, imparare a colpire. Il racconto fotografico va oltre il reportage puro con l’ideazione di una sequenza narrativa che ci porta a conoscere questo genere di esperienza: la sala d’attesa, la vestizione, la camera della rabbia, la rabbia, le testimonianze di numerose protagoniste. Il finale con la serie dei ritratti ci porta a toccare diverse storie che sono suggerite da quei volti di giovani donne. Esse sono la punta dell’iceberg di una carica di violenza che cova nelle persone ferite dalla crisi economica, negli affetti, nei sogni infranti di un futuro prospero e felice. La connotazione di forte e disarmante realismo dato alle immagini, conferisce umanità a un fenomeno che si presterebbe ad essere enfatizzato con immagini creative, ma con interventi mistificanti in esse verrebbero a mancare quei tratti di fragilità dei protagonisti che lo rendono drammaticamente vero. Complimenti all’autore!

  2. Veramente interessante. complimenti

  3. Massimo Pascutti says:

    Il lavoro di Filippo Venturi è sicuramente ben costruito , ma ,come sottolineato nell’immagine n°6, è un po’ voyeuristico nel suo risultato finale: l’autore si pone alla finestra e documenta in modo distaccato e asettico un fenomeno di costume, che assume anche un po’a tratti una valenza ironica. (non sarebbe molto più liberatorio spaccare qualcosa a casa propria, piuttosto che pagare una struttura che ci “pianifica” lo sfogo rabbioso? ). La sensazione è che l’autore alla fine si sia posto la stessa domanda che mi sono posto io… 🙂

  4. Orietta Bay says:

    Un lavoro che riesce a farsi apprezzare sia per l’idea che per la realizzazione.
    L’autore rappresenta un luogo e i suoi visi-attori e li racconta. Ci mostra tutto quello che ha catturato il suo occhio fotografico. Lo fa con attenzione e ritmo scenografico perfetto. Ci sollecita, ma lascia a noi le risposte alle molte domande che le sue immagini suggeriscono.
    Complimenti.

    Orietta Bay

  5. maurizio tieghi says:

    C‘è camera e camera
    da piccolo la mia preoccupazione era che non si bucasse la camera d’aria dentro al copertone della bici, pedalare con la gomma sgonfia era molto faticoso. Più in là negli anni dopo aver conosciuto la forza oscura di Lucas al cine ho incominciato a frequentare la camera oscura del circolo fotografico aziendale, non per salvare l’universo ma perché avevo ricevuto in regalo una fotocamera. Dopo anni di sviluppi, fissaggi e rari viraggi un giorno in una camera d’albergo, con vista sul mare a Camerotta, ho iniziato a leggere la Camera Chiara di Roland Barthes e mi son sentito subito molto meglio. Difficilmente avrei però immaginato in quei giorni che mi sarei trovato, oggi, ad argomentare a proposito d’immagini prodotte da una fotocamera digitale che descrive tramite colto linguaggio visivo la “camera della rabbia”. In questo portfolio la parte più forte perché in parte ci sorprende è il tema trattato, ma il bravo autore ha saputi trattarlo con adeguato spessore narrativo.

  6. Franca Catellani says:

    Quando mio figlio frequentava le elementari ,la scuola aveva organizzato incontri con psicologi per noi genitori.
    Mi ricordo molto bene, un tema a me sempre caro quello dell’infanzia, una mamma chiese come doveva fare quando suo figlio agli utili NO aveva delle crisi di rabbia.Lo psicologo le rispose che doveva prendere un cuscino grande e stimolare il bambino a dare pugni al cuscino, ma doveva anche spiegare che lo doveva fare solo con il cuscino non rivolgersi con rabbia agli adulti o agli amici. Un altro metodo era quello di portare per mano il bambino in un angolo predisposto alla riflessione, farlo sedere sullo sgabellino e qui doveva prendere coscienza del comportamento sbagliato.Oggi il problema della rabbia nei giovani è davvero aumentata e mi fa anche paura, certamente ci sono molti errori sia da parte del sociale che dei genitori stessi.Penso con franchezza che la stanza dove si ritira la rabbia e l’adolescente spacca oggetti che sono poi da ricollocare nuovi e pronti per essere rispaccati sia un eufemismo, diventa un gioco permissivo senza veramente andare alla causa profonda del disagio giovanile.Faccio molta fatica a credere che dopo aver spaccato bottiglie il ragazzo ne esca liberato dal fardello.La famiglia e la scuola dovrebbero essere i luoghi in primis per consegnare ai giovani ,passione ,cultura , ideali motivazioni, valori , ma come fare se sono assenti in coloro che dovrebbero trasmetterli? Gli adulti da educatori sono diventati istruttori e questo fa la differenza .
    Scusatemi il lungo preludio a questo post. Le immagini dell’autore documentano il luogo e narrano con il linguaggio visivo degli aspetti reali di rabbia dei giovani.La rappresentazione con la sola fotografia non mi arriva con forza; forse se proiettate in un “corto” con suoni, parole, espressioni forti dei ragazzi il messaggio sarebbe dirompente ti farebbe riflettere davvero molto.

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