Mag 7, 2017

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Diario (In) Volontario – di Sergio Carlesso

Diario (In) Volontario – di Sergio Carlesso

Diario (In) Volontario – di Sergio Carlesso

Sono stato piacevolmente sorpreso quando ho ricevuto la telefonata di Roberto Rossi per prospettarmi l’opportunità di prendere parte al “Progetto Samsung”, soprattutto perché ho capito fin da subito che avrei avuto la possibilità di approfondire il tema “Tanti per Tutti” approcciandolo in modo libero, senza vincoli e aspettative specifiche, se non quella che il risultato sia in sintonia con quello che nel tempo è diventato il mio usuale metodo di esprimermi con la fotografia. E’ stato questo un aspetto importante: normalmente non fotografo persone, non so fare reportage, mi considero un fotografo di paesaggio, forse un po’ “concettuale”; per questo il dubbio di essere adatto ad affrontare l’argomento all’inizio l’ho avuto. In realtà però spesso, attraverso i miei paesaggi, racconto stati d’animo personali, percezioni o descrivo situazioni  dell’uomo in genere. In continuità con questo, sulla base della considerazione che il volontariato “trasforma” la vita dell’uomo, di chi lo fa, di chi ne riceve gli effetti e della comunità in genere, ho pensato di rappresentarne il “concetto” attraverso le immagini ed i simboli in esse contenuti, e  gli effetti che comporta, sui singoli e sulla comunità stessa.

Da parecchio tempo sto approfondendo la possibilità di raccontare la persona ed in particolare di fare autoritratto utilizzando immagini a livello quasi di astrazione: la partenza deriva dalla mia convinzione che l’uomo è “un’ opera d’arte”, complesso, a volte difficile da capire, la cui grandezza o meno è percepibile solo conoscendolo approfonditamente, non in modo superficiale: come un quadro, appunto, soprattutto se astratto.. Per questo all’inizio il mio lavoro si era improntato sul tentativo di raccontare alcuni volontari descrivendoli in tutte le loro sfaccettature, nell’attività di volontariato e nella vita normale, con immagini complesse, in cui la loro vita veniva rappresentata, non descritta; i primi risultati però non mi hanno soddisfatto, soprattutto perché mi sono reso conto che il mio intervento “artistico” tentava di mettersi in mostra, di sovrapporsi quasi a quello che era realmente la vera grandezza di quelle persone e del loro operare. Il progetto si è così evoluto in una nuova direzione, dove la mia creatività sarebbe stata indirizzata solamente a fare un “riassunto” della ricerca,  non a descrivere gruppi o persone particolari, ma solo l’effetto generale che il loro operare in gruppo, organizzati, comporta nella società. Questo mi ha permesso di svincolarmi dall’idea di raccontare una organizzazione in particolare, rischiando di privilegiarne alcune rispetto ad altre, e di concentrarmi di più sul concetto generale di volontariato, che si basa sulla collaborazione di tanti che mettono a disposizione degli altri la loro parte positiva. E questo è diventato un altro punto fermo della mia ricerca: i volontari sono persone normali, con pregi e difetti, che vivono vicino a noi, che molto spesso non mettono in mostra la loro parte positiva, ma ne fanno risaltare solo gli effetti. In questo modo mi sono liberato della mia “incapacità” di fotografare le persone: per quale motivo avrei dovuto ritrarle con tecniche o luci particolari, quando la loro “bellezza” sta nella semplicità, nell’imbarazzo di mostrarsi e nel loro “fare” quasi di nascosto?

Ho deciso quindi di fotografare 100 volontari, senza sceglierli, ma semplicemente seguendo la casualità degli incontri, in modo da non interferire sul risultato della sintesi finale, e di “raccontarli” singolarmente con immagini nelle quali il mio operato fosse il più neutro possibile, lasciando a loro la scelta di come atteggiarsi di fronte al mio obiettivo, come se io non ci fossi stato: un singolo scatto, possibilmente. Ne sono risultate immagini probabilmente non “belle”, alla luce del gusto estetico normale,  nelle quali io invece vedo proprio la caratteristica delle persona che ho incontrato; e la sua “bellezza”, proprio perché non mediata dal mio intervento. In questo devo dire che sono stato aiutato dall’utilizzo della Samsung NX500, che mi ha permesso di avere una grande qualità tecnica senza obbligarmi a pormi di fronte alle persone con una reflex che probabilmente le avrebbe ulteriormente imbarazzate. Pur nella casualità della mia ricerca, o forse proprio per questo, ho potuto scoprire un mondo inaspettato, che credevo già di conoscere, ma che invece si è rivelato infinitamente più vario, importante, composto oltretutto anche da persone inaspettate. E’ un peccato essersi fermato a 100.

Durante questo lavoro di “catalogazione” dei volontari (che mi sento di definire quasi di “analisi”), ho contemporaneamente raccolto le informazioni e gli input che mi hanno portato a realizzare anche le immagini di sintesi (le foto “astratte”) nelle quali raccogliere le mie sensazioni, la percezione di un mondo così complesso e variegato: la lunga durata della ricerca (ho impiegato più di 4 mesi per “incontrare” i cento volontari) è stata fondamentale per permettermi di addentrarmi nel concetto “generale” di volontariato, ricevendo sensazioni, impressioni e conoscenze che sono andate progressivamente a sedimentare, influenzando le mie scelte formali: ho raccolto “spunti”, immagini che sarebbero potute servirmi per comporre successivamente il risultato finale, nelle quali per qualche motivo trovavo un segno, un simbolo o qualunque cosa che mi evocasse questi aspetti; l’ho fatto in qualsiasi momento, mai in situazioni in cui ero a contatto con il volontariato: anzi, con esso non hanno nessun riferimento, se non richiamare in me alcuni concetti astratti. Ricomponendo questi materiali ne sono risultate le quattro immagini finali: le considero un mio diario personale, dove è raccolto quanto ho “sentito” relativamente al tema ed al mondo che ho frequentato. In esse sono contenute un’infinità di informazioni, sono sedimentate tutte le mie percezioni, anche se, a volte, i segni che le rappresentano sono ormai “sepolti”, nascosti da altri che progressivamente si sono sovrapposti, in un processo che di fatto è molto simile all’evolversi dei miei pensieri.

Non so se è il caso di “spiegare” i dettagli delle mie scelte formali, credo non ne valga la pena. Per me ogni simbolo ha un significato (il buio, la separazione, la luce puntiforme od organizzata, i numeri e la loro progressione, etc). Ritengo però importante descrivere il segno che, nei miei intenti, riporta il tutto all’unità compositiva delle immagini, che le lega fra loro e soprattutto a quelle dei 100 volontari ritratti: a partire dalle coordinate geografiche del luogo di residenza di ognuno di loro ho ricavato un grafico che ho sovrapposto a tutto (le linee rosse) , a rappresentare ciò che ritengo sia il fulcro del volontariato: la nascita di relazioni fra le persone e la considerazione della persona come centro dell’interesse. Ne è risultata una stella (forse un po’ strana per motivazioni geografiche – vivo ai limiti fra pianura e montagna non abitata), dove tante linee si incrociano, rappresentando un mondo dove si vuole superare l’alienazione e l’isolamento, il cui centro coincide con casa mia, la mia persona (è bello pensare che chiunque avesse fatto il mio lavoro sarebbe risultato al centro , quasi a simboleggiare l’importanza che ha la persona, qualsiasi persona).

Il risultato è sicuramente un lavoro “ermetico”: lo è anche per me, mi rendo conto che è complesso, ma è stato il mio modo di esprimermi questa volta. Non ho trovato altre strade per “raccontare” questa esperienza a me stesso; mi auguro che possa parlare anche agli altri.

Sergio Carlesso

 

 

  1. Il Direttore says:

    “Diario (In)Volontario”, di Sergio Carlesso, è un’opera animata da un’idea creativa per aver trattato l’immagine del reale come materia significante per realizzare “cosa altra”.
    L’autore ha realizzato quest’opera nell’ambito del progetto “TANTI x TUTTI” nella veste di Testimonial Samsung.
    E’ un fotografo che vive profondamente la necessità interiore dell’andare oltre la classica visione fotografica, per giungere alla creazione di dispositivi visivi che penetrano profondamente nelle fitte e misteriose trame del processo di significazione prodotto dall’immagine tecnica.
    Ricordo lo splendido libro di “Crediamo ai tuoi occhi”, a lui dedicato, ISTINT-ANEE (2003) nel quale egli ha indagato sulla capacità della Polaroid di produrre immagini astratte Off-Camera.
    Le immagini pubblicate in questo post sono il risultato di una sperimentazione condotta sul file digitale, ognuna di esse è il prodotto della sovrapposizione dei dati di oltre un centinaio di file. Il risultato finale era inimmaginabile!
    Il significante ottenuto da questo processo digitale di postproduzione ci porta senza alcun dubbio oltre la fotografia (perché sono persi i legami tra l’immagine e il soggetto) attraverso l’elaborazione di file digitali che oltre alle icone contengono informazioni legate alle coordinate spaziali e ad altri dati sensibili. Si rivela un altro aspetto dell’Inconscio Tecnologico della fotografia.
    Sono stati creati 4 dispositivi visivi che ci parlano del Volontariato con espressioni numeriche, geometriche, e simulacri umani (stranamente pittorici evidentemente prodotti da delle costanti compositive presenti nei tantissimi ritratti dei volontari).
    Ritengo queste immagini di una forza impressionante nel raffigurare il mondo tecnologico dove ormai siamo immersi e mi complimento con Sergio Carlesso per la sua autentica necessità di cercare sempre oltre il già conosciuto e all’evidenza del reale che in questo caso ci ha aperto anche un’inedita rapprentazione dell’umanità dei nostri giorni.

  2. Dopo i riferimenti fotografici ispirati ai film di David Lynch e dei fratelli Joel e Ethan Coen, a cui mi rimandano le fotografie di Gregory Crewdson, in questo posto non posso astenermi di citare Matrix dei fratelli Larry e Andy Wachowsky. Generatrice, macchina dei numeri, informatica, digitale, fotografia digitale, modernità. Modernità? Mi fermo qua.

  3. Orietta Bay says:

    Una proposta quella di Sergio Carlesso che ci chiede di andare oltre quello che intendiamo per “hic et nunc” perché questi dispositivi visivi, che lui ha creato, partono da cento “hic et nunc” che sovrapposti e mischiati originano un tempo nuovo che rende tutto presente legato da quel filo rosso che unisce. Un insieme di tanti che genera il “Tanti per Tutti”.
    Un richiamo ad una riflessione che trascende il guardare che non ci consente di capire, per vedere seguendo il filo dei pensieri e scoprire la profondità della sua ricerca che ci appaga anche dal punto di vista estetico.

    Vivi complimenti
    Orietta Bay

  4. Giancarla Lorenzini says:

    Un lavoro molto profondo che non può essere guardato superficialmente, che richiede una meditazione, che deve andare a connettersi con gli strati del proprio subconscio per vedervi riaffiorare significati e contenuti. Personalmente lo trovo un lavoro molto interessante e mi complimento con Sergio per la sua ricerca; l’indagine che supera l’ovvietà delle cose tangibili e si addentra in vicoli a volta ancora bui perché non ancora esplorati, ma che ci porta ad arricchirci di nuove visioni e nuove strutture. Del resto il mondo che viviamo non sarebbe mutato se non ci fosse stato chi ha osato nuove conoscenze.
    Complimenti! Giancarla Lorenzini

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