Ott 14, 2018

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L’effimero e l’eterno – Elaborazione del Concept _02 – a cura di Marco Fantechi

L’effimero e l’eterno – Elaborazione del Concept _02 – a cura di Marco Fantechi

 

 

 

 

 

 

L’effimero e l’eterno –
Elaborazione del Concept _02
 

 

IL TEMPO IN FOTOGRAFIA
Oltre l’attimo passato

 

<<Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente quello che non potrà mai ripetersi essenzialmente.>>

<<… poi tutt’a un tratto la tale foto mi “avviene”; essa mi anima e io la animo… In sé, la foto non è affatto animata, però essa mi anima: e questo è appunto ciò che fa ogni “avventura”.>>

da “La camera chiara” di Roland Barthes (Francia 1915 – 1980)

 

 

 

<<Il taglio temporale che implica l’atto fotografico non è solamente riduzione di una temporalità limitata ad un semplice punto (l’istantaneo), esso è anche passaggio (anche superamento) di questo punto verso una nuova inscrizione nella durata: tempo dell’arresto, certamente, ma anche, e per questo motivo, tempo della perpetuazione di ciò che non è avvenuto che una sola volta.>>

da “L’atto fotografico” di Philippe Dubois (Belgio – 1952)

 

Non ci è dato di sapere se Claude Monet (Francia 1840 – 1926) dipingendo la “Passeggiata” avesse pensato al concetto dello scorrere del tempo che ci può suggerire la posizione delle figure.

 

In alcune immagini, volutamente o fortunosamente, il tempo può rimettersi in moto, esse possono contenere in sé “il prima e il dopo” dell’attimo rappresentato e, da “istantanea”, divengono narrazione.

In particolare nella serie fotografica il tempo è dinamico, tra un’immagine e l’altra chi guarda può immaginare tutta una serie indefinita di eventi, di tempi; l’osservatore può muoversi liberamente lungo la narrazione dove ogni foto, in virtù di quelle che gli stanno intorno, supera il concetto di tempo bloccato.

Chi guarda il lavoro fotografico si trova immerso in una dimensione di tempo e di spazio diversi, non sono scanditi rigidamente come nella vita reale o nel cinema, non hanno la continuità della musica o della prosa.

Ci troviamo davanti a parole e silenzi, sequenzialità e circolarità, possibilità di scorrere in avanti, ma anche di ritornare indietro in un surrealistico sconfinamento dalla stessa realtà.

Ecco allora l’esigenza di raccontare attraverso un lavoro fotografico realizzato mediante una sequenza di immagini, ecco il portfolio fotografico che già in sé è grammatica di segni, tempi e spazi.

Una sequenza fotografica quindi non è solo una serie di immagini che attestano e designano alcune realtà, ma deve indicare un cammino verso la conoscenza di mondi, situazioni e condizioni.

 

“CRONO” e “KAIRÒS”
Un tempo per l’uomo e un tempo per l’anima

“Crono” e “Kairòs” erano le due divinità greche del tempo.

Cronos rappresenta il tempo logico, sequenziale, quello che scorre e che si può misurare.

Kairòs (καιρός – parola che significava “momento giusto” o “tempo di Dio”), ad oggi completamente dimenticato, era invece il “tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale qualcosa di speciale accade: può anche essere inteso come opportunità o il “tempo designato”. Kairòs dipende sempre da un ragionamento, non è sottoposto al gioco dell’occasione.

Crono è il tempo dell’uomo, è quantitativo, quando è trascorso resta il ricordo, forse la nostalgia.

Kairòs è il tempo del pensiero e dell’anima, è qualitativo, non semplice ricordo, ma memoria e, nella memoria, non c’è passato né futuro, solo un attimo che rivive e si trasforma in un continuo presente.

Forse Kairòs è il tempo della fotografia: oltre l’attimo passato… un tempo senza tempo

 

LA FOTOGRAFIA, TRA RICORDO E MEMORIA

La fotografia è interpretazione del mondo, in essa la realtà è il punto di vista del fotografo.

Quel suo cogliere l’attimo, non deve indurci a pensare che possa essere il mezzo per rendere eterno il mondo.

Ma essa può essere il rinnovarsi di una emozione, la ripetizione di una sensazione o il ritrovare un pensiero.

Nella narrazione fotografica è irrinunciabile poter cercare di superare l’attimo bloccato, il ‘‘qui e ora – hic et nunc’’ della singola immagine (segni iconici).

Nasce la necessità di fornire tracce, indizi (segni indicali) che sono pensieri e interpretazioni dell’autore e di chi guarderà il lavoro e che possono consentire anche di disporre del concetto di tempo e di spazio.

Questo nuovo sguardo può divenire l’occasione per riappropriarsi dello spazio-tempo in un’armonia dove niente è separato, dove non c’è un prima e un dopo, un fuori e un dentro dall’inquadratura.

La fotografia può essere l’istantanea impronta del mondo, il ricordo della effimera realtà materiale…..

….. ma il fotografo con la sua sensibilità e la sua arte può darci le tracce e i segni che nel tempo continueranno a riportarci le emozioni, le sensazioni e i suoi pensieri.

 

L’EFFIMERO E L’ETERNO

Veloci sinapsi nella nostra mente, pensieri, sguardi.

Poi l’azione meccanica della nostra mano che cerca di tradurre una emozione in parole, traccia segni, dipinge, progetta strumenti per fermare attimi e impressioni.

La storia dell’umanità nasce dalla necessità di fissare accadimenti e pensieri, prima con incisioni e pitture rupestri, poi con l’invenzione della scrittura

Vengono chiamati ‘Libri dei morti’ i papiri con testi magici e illustrazioni che venivano collocati nelle tombe egizie per aiutare i defunti a superare i pericoli dell’oltretomba e raggiungere la vita eterna

La storia dell’umanità è la constatazione dell’effimero
e il tentativo di inscriverlo nel tempo dell’eterno

 

Marco Fantechi

Tutor Fotografico FIAF

Docente FIAF

 

  1. pippo pappalardo says:

    Apprezzo molto queste riflessioni sul “tempo e la fotografia”; confesso che da quando G.Berengo Gardin mi confessò che, per lui, era il dato esperenziale più importante, è divenuto una mia benevola ossessione.
    La filologia ci parla di Kronos e di Kairos, e il mondo contemporaneo, con la sua cultura, aggiunge altre decine (io ho smesso di contarle) di definizioni: che fare?
    Opportuna mi pare la scelta di imboccare la distinzione lessicale tra ricordo e memoria (quest’ultima ripresa nel senso cristiano “di fare memoria”).
    Ma, allora, sopraggiunge (almeno per me) alle due espressioni di cui sopra, quella di “aiòn” sulla quale si sono intrattenuti tanti filosofi (da ultimo, il prof. Alberto Biuso, Università di Catania, v. Teoria del tempo),e, quindi, il tempo non della ripresa fotografica, non quello dell’esperienza visiva, ma quello della “durata storica”, laddove l’esperienza, la mia e quella degli altri, non finisce mai, coinvolgendo il nostro corpo e la nostra mente.
    Nel linguaggio, specialmente quello artistico o poetico, ma non soltanto in esso, l’umano dà ordine al mondo come successione di eventi (v. il pianista sull’oceano, sequenza del rifiuto a scendere dalla nave); in questa unità estetica ed estatica del tempo si compie l’esistenza umana, il suo senso, il senso del morire.
    Cos’è dunque il tempo, per noi fotografi?
    Forse è più utile chiedersi non cosa sia il tempo ma chi è il tempo.
    Durante la mia buona ossessione mi sono accorto che il “tempo siamo noi”.

    Sto andando in libreria a cercare
    Giorgio Aganbem, Il linguaggio e la morte, Einaudi: mi dicono che abbia detto qualcosa di nuovo in materia: di nuovo?

    • Isabella Tholozan says:

      Il tempo siamo noi! Meraviglia e conferma di un pensiero antroposofico molto importante!
      Nello spazio, infatti, il concetto di tempo non esiste, è solo una misurazione cercata e voluta, forse perché praticamente necessaria, dall’uomo il quale, intento nel “fare”, ha necessità di un metro per organizzare quell’intervallo che, quotidianamente separa la luce dalla tenebra e viceversa.
      Luce e tenebra, forse questa dovrebbe essere la giusta ossessione, alla quale fare domande, ritornando sempre alla solita domanda: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo.

  2. Il Direttore says:

    Marco Fantechi approccia il tema dal punto di vista filosofico rivolto all’immagine fotografica.
    Diverse sono le citazioni che meritano una lettura più estesa per interiorizzarne i concetti.

    La fotografia “eternizza” lo sguardo del fotografo su un soggetto, rendendone possibile la condivisione a livello collettivo. Questa comunicazione dell’idea di un individuo, resa possibile dalla fotografia, avvia un processo di simbolizzazione perché quel significato entra nell’immaginario collettivo (l’eterno).

    La fotografia produce continuamente nuovi potenziali simboli che rendono particolarmente vivace il mondo dei mass media e dei social.
    E’ evidente che la pubblicità è uno dei campi dove questo viene praticato con tutte le armi della comunicazione, fate caso a come in essa crea e supera i simboli stressandoli con una continua innovazione (l’effimero).

    Grazie a Marco Fantechi per la ricca argomentazione dell’elaborazione del concept.

  3. Giancarla Lorenzini says:

    Grazie Marco per questo tuo contributo. Tra l’altro condivido perfettamente il pensiero sulla fotografia come strumento capace di rendere eterna la realtà effimera che andrebbe altrimenti irrimediabilmente perduta.

  4. Grazie Marco, immersa nel caos dei pensieri che questo tema spinge inevitabilmente a fare, confesso di aver bisogno di indicazioni sulla strada da seguire. Partendo dalle tue riflessioni sul concetto di tempo bloccato e sul suo superamento, vedo l’effimero non come un una frazione di tempo bloccato ma come un elemento materico in perenne trasformazione, elemento necessario di una catena eterna. Sto iniziando a navigare e ogni vostra riflessione mi è di grande aiuto 🙂

  5. Un grazie a Silvano per la pubblicazione di questo post che nasce da alcune slide che sto utilizzando per una prima riflessione sul tempo e la fotografia. Esso può costituire un percorso di avvicinamento al concetto di “effimero ed eterno” tema dei Laboratori Di Cult del 2019.

    Ovviamente una riflessione del tutto personale, solo una delle tante possibili strade percorribili, che vede nell’arte, e quindi anche in uno sguardo e in un linguaggio fotografico che ricerca significazioni più profonde, il mezzo per inscrivere in una durata di tempo che tende verso l’eterno quello che di fatto è effimero.

    Un tema sicuramente complesso, ma stimolante sia per chi si avvicina al percorso laboratoriale, sia per chi coordina e collabora ai laboratori stessi, tanto che, ad una settimana dalla pubblicazione di questo post e dopo tre presentazioni effettuate in diversi Gruppi Fotografici, le slide di partenza hanno già subito diverse modifiche e aggiustamenti.

    Andare a lavorare con segni simbolici per rappresentare quello che è effimero e affiancarlo a quello che ci riporta alla mente l’eternità in fondo può essere anche una “risposta” facile al nostro tema. Più difficile è pensare a questi due concetti come dipendenti uno dall’altro, notte e giorno, morte e vita, in un dualismo dove l’uno può esistere solo per l’esistenza dell’altro. Sorge allora la “domanda” su cosa sia veramente effimero e cosa completamente eterno, in fondo è la fragile goccia d’acqua che scava la dura pietra.

    E il nostro strumento fotografico, che sin dalla sua invenzione è sempre stato in bilico tra il verismo della rappresentazione del mondo e l’artistica interpretazione del nostro sentire, può aiutarci. Tra l’istantanea del momento (che è nostalgia e ricordo) e la perpetuazione di una emozione (che è memoria senza tempo).

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