Mag 26, 2019

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L’EFFIMERO E L’ETERNO, tra relativo e assoluto – Elaborazione del Concept_11

L’EFFIMERO E L’ETERNO, tra relativo e assoluto – Elaborazione del Concept_11

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L’EFFIMERO E L’ETERNO,
tra relativo e assoluto

 

Elaborazione del Concept_11, di Giancarla Lorenzini

In fotografia sappiamo che cambiando il punto di vista cambia totalmente la prospettiva nell’immagine. Analogamente, al di là delle cose tangibili, ognuno si costruisce la propria realtà, quindi tutto cambia in base a chi guarda.

Questo vale anche per i termini “effimero” ed “eterno”, due esperienze del nostro vivere, entrambe esistenti in rapporto l’una all’altra. Sappiamo riconoscere la luce perché conosciamo il buio, sappiamo riconoscere il vuoto perché conosciamo il pieno, il freddo in rapporto al caldo, e così via, come sostiene l’antica filosofia cinese con il concetto di yin (nero) e yang (bianco) il tutto vive in rapporto all’altro.

E il valore del termine si amplifica o ridimensiona in rapporto a cosa viene relazionato e alla dialettica che si genera da questo confronto. L’eternità è un concetto talmente enorme per la nostra dimensione umana che ci sfugge, che probabilmente non è fatto per essere compreso, ma lo è sicuramente per essere percepito.

Un termine che usiamo spesso: ”la fila alla cassa del supermercato è durata un’eternità”, “un dilemma eterno”, o magari riferito al traffico, ecc, ecc. All’eternità spesso si associa un’idea di tempo immobile o ripetitivo.  

Comunemente se pensiamo all’eterno “assoluto” ci viene da riferirci a qualcosa che è al di fuori di noi ed è straordinariamente immenso, nei confronti del quale l’uomo si rende conto che è meno del “pulviscolo sulla bilancia”. 

 

Francesco Russo – “Uno sguardo verso l’eterno”

 

Ma essendo fatti di materia e spirito siamo capaci di vivere l’esperienza dell’eterno anche dentro di noi, nella nostra piccola finitezza umana. Pensiamo a quegli attimi in cui il tempo ci è sembrato fermarsi o anche dilatarsi fino a non avere fine; attimi di felicità per esperienze importanti, attimi di sublimazione che ci hanno fatto “toccare il cielo con un dito”, attimi in cui abbiamo sentito l’assoluta pienezza del nostro essere: attimi sospesi al di fuori del tempo e della materialità, ma realmente vissuti nella dimensione dello spirito dentro la nostra radice più profonda, dunque in una condizione metafisica, eterna.

L’eternità è la vigilia di qualcosa” afferma Chesterton. Come l’attesa e nel contempo la sorpresa di un incontro. Non è “un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità dell’essere, della verità, dell’amore” (Benedetto XVI)

Cosa resiste al passare del tempo nella vita di una persona? L’amore… Un amore probabilmente ben diverso dalla passione… (“Quando si è innamorati nulla esiste là fuori, conta solo il pensiero dell’amato e i battiti del cuore che l’accompagnano. Per gli innamorati non esiste il tempo”. – Stephen Littleword; “Quando la mano di un uomo tocca la mano di una donna, entrambi toccano il cuore dell’eternità”. –  Kahlil Gibran, Sabbia e spuma; “Coloro che vivono d’amore vivono d’eternità”. – Émile Verhaeren, Les Heures d’après-midi; “Il nostro amore mai si spezzerà, / il nostro amore durerà per sempre, / perché siamo come i fiori / sotto il chiaro di luna, / ombra e sostanza in un essere solo”. – Hung Sheng, Il palazzo dell’eterna giovinezza). 

In giovane età si tende ad estremizzare ogni situazione, tanto che l’interesse per una determinata cosa è così grande e impellente da diventare in quel momento un assoluto, quindi assume in quel momento un valore enorme che sembra destinato a non crollerà mai. Per esempio un innamoramento adolescenziale viene percepito come “per sempre”, si tende a pensare che non finirà mai, che sarà eterno.

(“Senza fine, tu sei un attimo senza fine / non hai ieri / non hai domani”. –  Gino Paoli, Senza fine)

Cambiando l’interesse però quel vissuto percepito in precedenza come assoluto si ridimensiona e si riduce ad una dimensione effimera, perde il suo valore di eterno, divenendo un ricordo di una piccola parentesi della propria vita.                                                                                                                                       (Ricordi sbocciavan le viole/con le nostre parole  “Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”/ vorrei dirti ora le stesse cose ma come fan presto, amore/ ad appassire le rose /così per noi/ l’amore che strappa i capelli è perduto ormai./ Non resta che qualche svogliata carezza/ e un po’ di tenerezza.- Fabrizio De Andre’, La canzone dell’amore perduto).

 

Giancarla Lorenzini – da “Te lo dico sui muri”

 

Molto spesso le persone che hanno tutto, dal punto di vista materiale ed economico, inconsciamente cercano disperatamente qualcosa di assoluto perché tutto appare loro come vuoto, insignificante, meramente effimero. Parallelamente chi ricerca sé stesso nella propria dimensione spirituale percepisce tutto come un dono. Pensiamo alla religione cristiana, o buddista, o ad altre, dove tutto ciò che è stato creato è ritenuto come manifestazione Divina; i propri seguaci trovano attraverso la meditazione la dimensione eterna già su questa terra, l’illuminazione della mente e del cuore e riescono a vivere in quel momento l’esperienza di una dimensione non più terrena ma celeste. 

 

 Sebastiano Del Gobbo –  da “L’effimero e l’eterno”

 

Esiste un Eterno assoluto, l’eterno per antonomasia, ma esiste un eterno in relazione alla situazione sperimentata e al proprio vissuto. E pur nella consapevolezza che tutto è passeggero l’uomo cerca costantemente una dimensione eterna.                                                                               (“Donarsi, donarsi tutta e provare una beatitudine che dev’essere eterna. Sì, eterna. Se finisse sarebbe la disperazione. No! senza fine, senza fine!” – Johann Wolfgang Goethe, Faust, 1808/32).

La realtà è aldilà delle cose visibili, dice Siddartha (Hermann Hesse) e ognuno da’ quel che ha. Ma ammonisce: “effimero è il mondo delle apparenze, effimeri, quanto mai effimeri, sono i nostri abiti, e la foggia dei nostri capelli, e i nostri capelli e i nostri stessi corpi”.

Al contrario Marina Cvetaeva, la grande poetessa russa stremata dalla rivoluzione bolscevica e dalla carestia, scrisse sul muro dell’appartamento in cui bruciava i mobili per accendere il fuoco e riscaldare le sue figlie: “così tanta neve, così poco pane… tutto è gelato tranne l’anima. Potrei scrivere dei versi bellissimi – eterni! Se amassi anche l’eterno come l’effimero”… A sostenerla nella sua condizione è il ricordo di un ballo, il pensiero del cioccolato ed un innamoramento, la meraviglia di un vestito, di uno sguardo. Le cose inutili ci ricordano che siamo vivi, soprattutto nei momenti orribili c’è bisogno di bellezza per ricordarci che abbiamo una dignità.

Salomone in tutta la sua sapienza si rende conto che tutto è effimero, vanità, vano non in senso di inutile ma di transitorio, quindi ha la impellente necessità di ricercare la Verità, ed altri come lui. Ma ognuno ricerca la sua verità, tutto è relativo a chi guarda e a come si guarda e a come ci si rapporta con la propria realtà. 

Superato in bisogno primario del “pane” l’esigenza dell’uomo non è più quella della sopravvivenza, ma di trovare qualcosa che lo appaghi e lo cerca nei soldi, nel potere, nel successo. In occidente la rivoluzione industriale ed il consumismo hanno distolto l’essere umano dalla sua interiorità sicché la sua attenzione si è concentrata maggiormente su ciò che è materiale, effimero, piuttosto che su ciò che è spirituale.

 

    Sebastiano Del Gobbo – da “L’effimero e l’eterno”

 

Quel che importa è l’apparire, il possedere (senza rendersi conto di essere noi stessi posseduti dalle cose, di essere un numero votato all’acquisto), il divertimento, l’estetica secondo i canoni contemporanei, la corsa contro il tempo per mantenersi in eterna giovinezza. 

 

Giancarla Lorenzini – da “Occhi per vedere, oltre le apparenze”

 

Ma la giovinezza inevitabilmente sfiorisce insieme all’incanto che le appartiene, il corpo si consuma, invece la bellezza interiore resta e caratterizza la persona durante tutta la sua esistenza. La magnificenza del corpo dura un tempo ma poi ritorna in chi nasce dopo di noi nel ripetersi perenne della forma nella materia. E’ il perpetuarsi della creazione in tutta la sua Bellezza. Un concetto questo ripreso da molti filosofi. 

  

Elisabetta Aquilanti – da “Forma e materia”

 

Eraclito si guarda intorno e vede che tutto muta, tutto si trasforma, ma questo effimero in continuo divenire è eterno, l’eterno ritmo delle cose. Il fiume che scorre non è più quello di prima eppure rimane sempre lo stesso fiume. Parmenide sostiene che di questo “Essere” che governa l’universo, e che è immutabile, noi non possiamo che vederne solo tutte le parti; non lo percepiamo come unico, immediatamente come eterno, ma frammentato, constatandone la caducità delle parti. In tutta la filosofia greca l’eterno è già sulla terra, coincide con il piano dell’effimero. Platone definisce il tempo come immagine mobile dell’eternità: subentra la concezione ciclica del tempo. L’immortalità dell’anima era già presente nell’antichità, ma per i cristiani diventa risurrezione della carne. Il tempo non è più circolare ma lineare, dalla terra va verso il cielo; i piani dell’effimero e dell’eterno non coincidono più, tutto ciò che è materia è destinato a perire, tutto ciò che è spirito durerà in eterno perché lo spirito di vita, Dio, è eterno.   

 

Francesco Miccio – da “Il tempo”

 

S.Agostino recita: “il cuore dell’uomo non riposa finché non incontra l’Eterno”, e questa sua appartenenza interiore profonda supera tutto ciò che è immanente e passeggero. Questo sigillo porta i credenti nella risurrezione, della vera vita oltre il passaggio terreno, a ricercare quella dimensione spirituale, inscindibile da quella materiale, che dà compiutezza all’essere umano già su questa terra e che gli dà la consapevolezza che niente è vano anche se transitorio. La prospettiva dell’immortalità, della meta ultima, li accompagna ogni giorno dando loro l’energia per superare ogni arresto dell’umano esistere nella speranza del raggiungimento della felicità senza fine, quella della pienezza della vita, la dimensione eterna, “dove non ci sarà pianto, né lamento”, sia già su questa terra che oltre la propria morte fisica, che in realtà non è altro che una trasformazione, un passaggio all’oltre.  

Per i credenti in un Dio l’Eternità è mentalmente rappresentata dal bianco, somma di tutti i colori, in forma di una luce sfolgorante. Per altri l’Eternità è invece rappresentata dal nero, dall’infinito spazio che contiene miliardi di corpi celesti dell’inconoscibile Universo. L’uomo è un’energia in movimento, che disegna tracce con il suo passaggio.

 

Marco Buccolini – da “L’effimero e l’eterno”

 

Pensando al concetto di Eterno siamo inoltre soliti riferirci a qualcosa di bello e positivo, ma l’eternità può designare anche un’infinità di negativo, di dolore, di sconcerto. Chi vive nella condizione dell’alzahimer vive una condizione di sradicamento dalla realtà, che determina disagio e dolore, vissuto sia personalmente che da parte dei propri cari come una condizione che finirà solo con la fine della vita. Una dimensione slegata dal tempo, ma che appare contemporaneamente come definitiva, senza possibilità di mutamento, in un certo senso eterna. 

Chi entra nell’oscuro tunnel della depressione percepisce che è senza via di uscita, la sua dimensione esistenziale gli appare definitiva, quindi in un certo senso maledettamente eterna. Come pure le lunghe ore in ospedale per malattia o perché completamente paralizzati in seguito ad un incidente stradale sembrano non trascorrere mai. 

 

Giancarla Lorenzini – da “Dolore muto”

 

Eterni appaiono i giorni deliranti della guerra, di martirio collettivo, folle ed audace, come racconta Spielberg con il suo film “Il soldato Ryan”. I giorni in carcere sembrano interminabili, eterni perché tutti uguali e sembrano non finire mai; la prigionia dei sequestri o la violenza sessuale … un tempo che appare assolutamente interminabile, insopportabile, eterno… 

 

Giancarla Lorenzini – da “Silenzio!”

 

Il cuore dell’uomo è un abisso che se non viene illuminato non ha capacità di far sbocciare la vita, il bene, il bello. L’uomo è costantemente tra due poli: il bene e il male e può, per il suo libero arbitrio, costantemente scegliere l’uno e l’altro. Entrambe le possibilità producono conseguenze eterne. Umberto Eco con “il fascismo eterno” ce ne dà un esempio (l'”Ur-Fascismo”, o il “fascismo eterno”, può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo). 

Tutto ciò che è materiale si dissolve, ma le idee restano, e la volontà di prevaricare l’altro, le guerre, gli omicidi, le violenze nascono dal cuore dell’uomo e si perpetreranno finché lui esisterà sulla terra? Se così fosse anch’esse sono da considerarsi eterne, alla stessa stregua del bene, del bello, dell’amore con la “A” maiuscola e che non si limita al solo sentimento.

La contemporaneità è esaltazione dell’usa e getta, nel nuovo ad ogni costo, che non è sempre novità ma piuttosto il rifiuto del vecchio come superato in sè, alla ricerca di qualcosa non ancora visto. Gli articoli vengono prodotti con una determinata durata, dunque per una morte programmata. Tutto deve essere breve, il persistente è noioso, l’effimero impera in ogni dove. 

Il Temporary Store è un fenomeno in costante ascesa, che deve il proprio successo alla capacità di adattarsi sia alle fasi espansive del mercato che a quelle di recessione, riflettendo esigenze di marketing e commerciali sempre nuove. (“Temporary store. La strategia dell’Effimero” – F. Catalano e F. Zorzetto). 

Ogni giorno siamo continuamente sommersi da milioni di immagini destinate a durare il battito d’ali di una farfalla. Sembra che oggigiorno la parola Eterno alla maggior parte delle persone non interessi affatto, anzi addirittura spaventi. Un matrimonio “per sempre” è l’avamposto della tomba dell’amore, della prigionia definitiva. (“Vietato dire <per sempre>. Il per sempre è un’illusione. Troppo comodo, noi siamo per l’adesso”. – Fabio Volo, Il giorno in più);

“Sempre! Che parola terribile. Quando la sento mi fa venire i brividi. Alle donne piace tanto pronunciarla. Rovinano qualunque storia d’amore cercando di farla durare per sempre. -Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray). 

Quello che conta è vivere il momento, l’istante da super eroi, il selfie al limite della follia consumato sulle rotaie di un treno che arriva ad alta velocità, o sul bordo di un precipizio, a sfidare la vita, quasi che morire sia la condizione per dire di esistere e di vivere. 

Forse ci sono tante le analogie tra la vicenda del personaggio di Oscar Wilde e la nostra vita ai tempi dei social.

La giovinezza è l’unica cosa che valga la pena possedere. Una sorta di scintilla, che spingerà pian piano Dorian verso un culto sempre maggiore dell’apparire, che diventerà invidia per la bellezza di quel dipinto, tanto da fare una sorta di patto con il diavolo per fare invecchiare il dipinto al posto suo, e mantenere intatta la sua giovane bellezza. Per lui la tragedia della vecchiaia non è invecchiare, ma rimanere giovani dentro.  Il gioco dell’apparire pian piano finirà per inghiottire Dorian Gray che al culto dell’immagine finirà per immolare la propria integrità, diventando vuoto, avvizzito, terrificante dentro. Fino all’estremo atto  dell’autodistruzione.

“La vita è una cosa troppo importante perché si possa parlarne sul serio” (Oscar Wilde). La fotografia ha invece questa prerogativa, comune alle altre arti, di parlarne sviscerandone tutti i suoi molteplici aspetti. Ogni manifestazione autenticamente artistica ha in sé questa capacità dell’uomo di superare sé stesso e di entrare in una dimensione superiore rivelando quello che umanamente è impossibile descrivere. L’arte ha questa prerogativa, dar voce all’indicibile.

“Io credo all’astrattismo, per me l’astrazione è un modo di avvicinarsi ancora di più alla realtà. Lo sfocato, il mosso, la grana, il bianco mangiato, il nero chiuso sono come esplosione del pensiero che dà durata all’immagine, perché si spiritualizzi in armonia con la materia, con la realtà, per documentare l’interiorità, il dramma della vita”. (Mario Giacomelli).

 

Mario Giacomelli – da “Per poesia”

 

Giacomelli, come tanti altri, attraverso l’immagine ci ridà l’oltre perduto nella fretta del vivere con lo sguardo sempre rivolto a terra, e ci consegna un patrimonio eterno che passa di generazione in generazione, che prende vita ogni volta che qualcuno se ne interessa. La fotografia ritrae un istante già passato, morto lo definisce Sgarbi, ma che, proprio perché esce dalla concezione temporale, diventa immutabile, specchio della memoria, e chi ci si “specchia” con il proprio sentire continua a perpetuare continuamente quel minimo istante. Eppure una fotografia è oggettivamente fragile, deperibile, ma contemporaneamente eterna nella sua potenzialità evocativa e comunicativa . 

Analogamente le arti figurative, la scrittura, il cinema, il teatro, la musica, in definitiva tutta la cultura, cioè il pensiero, travalica la nostra esistenza e diventa la somma di tutti i pensieri di tutti coloro che ci hanno preceduto in una danza effimera e al contempo eterna.

Per Umberto Eco la letteratura “è un’immortalità all’indietro”. L’unico modo per l’artista di relazionarsi con la realtà è quello di guardarsi indietro, verso chi è venuto prima di lui.

Se il pensiero e le idee possono avere valenza eterna, anche la fantasia, l’immaginazione, entrano nella sfera del perpetuo. Quante volte ci è capitato di dire, non avendo a portata di mano la fotocamera, “la foto più bella l’ho scattata con gli occhi!”. Quell’immagine resterà indelebile nella nostra memoria per tutta la nostra vita. Così sogni, storie immaginate, fantasticherie,   rimarranno custodite e indistruttibili nella nostra mente finché non verrà la morte e avrà i nostri occhi… e forse ci vedremo meglio di prima! 

 

Giancarla Lorenzini
Tutor Fotografico FIAF

Coordinatore del LAB Di Cult 049 FIAF

  1. Davvero un articolo ben scritto, ricco di spunti di riflessione e di riferimenti interessanti.
    Tanti modi di pensare il rapporto tra effimero ed eterno, dalla quotidianità fino alla spiritualità, passando per la filosofia.
    Posso solo aggiungere che, in oriente, l’eternità è accostata alla realizzazione spirituale.
    Questo accostamento non è solo simbolico ma reale: chi raggiunge certi stati si libera dalla schiavitù del tempo per entrare in una condizione in cui passato, presente e futuro sono una cosa sola.
    Se questa non è l’eternità…

  2. Massimo Pascutti says:

    Un articolo fantastico di Giancarla Lorenzini, che mette la sua sensibilità al servizio di noi tutti, aprendoci con le sue considerazioni molti angoli di visuale. Un articolo che mi sarà molto utile nella mia attività di tutoraggio.
    Grazie Giancarla e complimenti vivissimi!

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