Mar 29, 2020

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IPERCONNESSIONE: La solitudine collettiva – a cura di Gabriele Bartoli

IPERCONNESSIONE: La solitudine collettiva –  a cura di Gabriele Bartoli

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IPERCONNESSIONE: La solitudine collettiva

Serie dei “Paragoni possibili”

 

La tematica è molto forte e attuale. “Siamo sempre più connessi, più informati, più stimolati ma esistenzialmente sempre più soli.” (Tonino Cantelmi).

Milioni di utenti, soprattutto i più giovani, sentono un irrefrenabile desiderio, un bisogno imperante di essere sempre connessi. Cresce ogni giorno il numero di utenti che cadono nella rete dei social network, schiavi dell’iperconnessione. Questo termine, sempre più diffuso tra gli specialisti, non gode ancora di una definizione ufficiale; tuttavia, secondo uno studio pubblicato su una prestigiosa rivista inglese: il bisogno di rimanere collegati a internet e ai social network è più irresistibile di quello di fumare una sigaretta, bere una bevanda alcolica o avere rapporti sessuali.”

Come risulta evidente, anche le relazioni sociali si vedono compromesse da tale dinamica. Sebbene internet possa essere un fantastico strumento per facilitare i contatti con amici e familiari, presenta anche un aspetto negativo, come la creazione e il mantenimento di “vincoli liquidi”, così chiamati perché più superficiali. Tali vincoli causano una sensazione di vuoto e malessere, tanto che questo fenomeno provoca anche un forte impatto sull’autostima, in particolar modo tra gli adolescenti.

Questi, sebbene vivano un naturale processo di creazione e affermazione della propria identità, ripongono nelle relazioni personali un’enorme importanza nel definire il loro sviluppo identitario. È per questo motivo che le relazioni superficiali online provocano insicurezza, una falsa idea di gradimento di sé e una personalità poco consistente.

ELENA PARASKEVA

VACANT CHILDREN

 

Ce lo descrive per immagini in modo davvero efficace e altrettanto forte la fotografa Elena Paraskeva, nel suo lavoro VACANT CHILDREN” (1). Con un linguaggio surreale secco e deciso, l’autrice inquadra in maniera inquietante la connessione H24 degli adolescenti, sfruttando ogni componente per creare un ambiente distaccato nel quale solo attraverso il filo rosso delle connessioni tecnologiche si può comunicare. L’opera consta di sole 10 immagini sterili e piatte, in cui la profondità è annullata sia in senso letterale sia come spessore delle relazioni in rete, colori dai toni gelidi, ambientazioni senza riferimenti che isolano da qualsiasi contato esterno.

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La genialità nel raffigurare i ragazzi in una sorta di uniforme e in una bolla di vetro mostra l’essere completamente assorbiti in un mondo virtuale che si sovrappone ed elimina quello reale. “Chi non è connesso, vedi il filo rosso spezzato che non lo lega all’altro, è tagliato fuori, è solo, è perso” (2) allo stesso modo di chi perde consensi, contatti sui social. “Se un bambino è offline non riesce a socializzare, quando gli basterebbe allungare la mano, alzare lo sguardo per vedere l’altro che gli è a fianco. I legami sentimentali nascono e restano relegati a facebook (le rose rosse sui due portatili vicini“(3); nell’autoisolamento imposto dalla rete e dai social non vi è posto per i contatti diretti, nessuno si guarda negli occhi.

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Intrappolati in una matrice in cui la consapevolezza del proprio essere fisico è superficiale, in cui le conoscenze e le esperienze sono esclusivamente indirette perché virtuali e filtrate dalla bolla o da un visore che li rende solo spettatori, il desiderio di impegnarsi nel mondo fisico diventa sconosciuto e forzato.  Le connessioni sociali sono sottili e facilmente interrotte, spesso scartate per capriccio, portando all’isolamento e alla disperazione. Ogni immagine racconta ed è esaustiva delle dinamiche del problema, che può portare a tragiche conseguenze “che rimandano all’ultima foto della serie, davvero toccante, dove bastano i palloncini con i “non mi piace”, il pollice riverso, addirittura la derisione, fenomeno conosciuto del “cyberbullismo” in rete, per annientare un ragazzo, portandolo alle più tragiche conseguenze” (4).

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Credits (1,2,3,4) Debora Valentini – Quali sono rischi dell’iperconnessione – www.tusciakids.it

CATHERINE BALET

 STRANGERS IN THE LIGHT

Devo rendere merito all’autrice perché STRANGERS IN THE LIGHT è stato sicuramente tra i primi lavori fotografici di questo tipo su questo argomento. Già nel 2012 Balet poneva con genialità e intelligenza quegli interrogativi sull’invasività che i social avrebbero avuto nel quotidiano, esplorando il dominio della luce blu degli schermi multimediali nella nostra vita riferendosi alla narcisistica consapevolezza di sé espressa sui social network, prevedendo l’attuale approccio alla fotografia mobile veloce e leggera che influenza la nostra cultura visiva.

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Collegando la natura effimera e anonima di un mondo digitale fuori controllo con riferimenti culturali di lunga durata, Balet si interroga su come ieri si collega a domani.  

Da una riunione di famiglia connessa, a un confessionale online, paesaggi o interni, tutte le scene sono illuminate esclusivamente con i dispositivi tecnologici che generano una bellezza misteriosa; Balet lancia uno sguardo affascinato, a volte ironico, sull’intricata relazione tra uomo e tecnologia, fornendo un ritratto accattivante della nostra società, un mondo rifatto da una tecnologia che sempre più penetra nelle pieghe della nostra esistenza quotidiana.

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Per un verso, infatti, quelle di Balet sono soprattutto immagini pervase di luminosità, non diversamente dai soggetti prediletti dall’arte, chiari sono i riferimenti ai quadri del passato dei grandi artisti come Giorgione o Caravaggio, per non dire dei grandi pittori di fine Ottocento, da  Cézanne a van Gogh. Però, all’inizio del terzo millennio il mezzo tecnico è cambiato: non più candele, non più lampade a gas o una primitiva illuminazione elettrica, bensì la lucentezza di apparati nati per snellire la comunicazione, ma oggi affamati di figure e di forme che rubano dalla realtà circostante per crearne una nuova, che pare troppo poco definire virtuale.

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LIBERE CONCLUSIONI

Il compito della fotografia è far vedere, ed è davvero straordinario quando un’immagine riesce a mostrare ciò che, pur essendo sotto i nostri occhi, non vediamo.

Mostrare l’effetto è più efficace che spiegare l’idea: nuove tecnonologie creano nuovi comportamenti, ma non ci si accorge subito della portata che ha ogni nuovo comportamento. E finché non si matura la coscienza di un comportamento non lo si può giudicare, migliorare o cambiare; l’illusione di essere connessi ci distrae dalla coscienza che un contatto è un legame vivo.

Il lavoro di Catherine Balet è stato veramente precursore dei tempi e ora la realtà ha probabilmente oltrepassato la fantasia creativa dell’autrice. Elena Paraskeva, con fine intelligenza ha creato un’opera spiazzante sui pericoli dell’iperconnessione negli adolescenti. Osservando le sue fotografie nasce un certo disagio nel vedere i bambini che stanno insieme eppure ciascuno vive in un mondo a sé, senza nessun contatto, nemmeno visivo, con l’altro.

Le domande che potremmo porci sono sul ruolo che queste tecnologie hanno su di noi, sull’impatto che hanno sui nostri figli e cosa potremmo fare per cercare di creare ambienti più prossimi. Esercitare una consapevolezza ed educare il nostro comportamento non significa demonizzare la tecnologia. Comporta invece, certamente un tentativo di ridurre il nostro tempo davanti agli schermi, ma anche una capacità più matura di usare la potenzialità della connessione virtuale.

Gabriele Bartoli

Animatore Culturale FIAF
Lettore della Fotografia FIAF

  1. Anonimo says:

    Davvero lavori particolari, foto suggestive, penetranti e visioni lungimiranti da parte di entrambi i fotografi presentati. Opere che inducono ad una riflessione proprio in questi giorni nei quali la tecnologia sta entrando ancor più prepotentemente nella nostra vita che inevitabilmente cambierà profondamente (il lavoro, le abitudini, lo svago, le relazioni,ecc.). Dovremo essere vigili, attenti, maturi e sensibili al fine di educare ed educarci ad utilizzo equilibrato della tecnologia e della rete più in generale, che rimane comunque per me una grande conquista per tutti.
    Complimenti per la bella presentazione. Roberto Montanari.

  2. Laura Menesini says:

    Bellissime foto, una realtà cui ci hanno costretto in queste settimane di isolamento dal resto del mondo materiale, il futuro?

  3. silvia tampucci says:

    Grazie Gabriele per questo interessante articolo che diventa ad oggi assolutamente attuale e ci porta a riflettere sullo stato in cui siamo costretti a vivere in questo momento. Fino a poco fa l’iperconnessione veniva, giustamente a mio avviso, criticata in quanto toglieva spazio ai rapporti umani ‘reali’, distaccandosi dalla realtà e vivendo appartati ed in solitudine. Mi vengono a mente i NERD, identificati come ‘Giovani di modesta prestanza fisica e dall’aspetto insignificante, che compensano la scarsa avvenenza e le frustrazioni che ne derivano con una passione ossessiva e una notevole inclinazione per le nuove tecnologie’. Oggi, forse, loro sono avvantaggiati nell’affrontare questo momento di distacco dalla comunità, dalle relazioni e confronto diretto. Credo serva, come in tutte le cose, una via di mezzo. I lavori che ci hai proposto sicuramente ci faranno riflettere su come potremmo affrontare meglio il futuro, auspicandoci di tornare a quella normalità spesso sottovalutata che personalmente manca.
    Complimenti!

  4. Vincenzo Gerbasi says:

    Non posso fare a meno di pensare a Marshall McLuhan. Già nel 1964 con il suo ‘Understanding Media’ parlava della narcosi del presente, a causa dei media, dovuta proprio alla scarsa consapevolezza del tempo in cui viviamo. Ed ancora non esisteva il web e neppure i telefonini!
    Un profeta, come profetiche quanto esplicite sono le foto dedicate all’iperconnessione compulsiva mirabilmente mostrate sopra.
    Bei lavori, grazie per averceli proposti.
    Enzo

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