Dic 4, 2012

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La tubifera – di Roberto Montanari

La tubifera – di Roberto Montanari

LA TUBIFERA: UN SECOLO DI LAVORO

di Roberto Montanari

Prima di parlare di questo lavoro ho un ricordo che voglio raccontarvi: in casa dei miei genitori c’era, sul mobile della sala, una vecchia fotografia ingiallita che ritraeva mio padre, poco più che neonato, nudo e seduto su una pelliccia di pecora. La foto è un classico dell’epoca, siamo nel venti, ed era l’unica che ritraeva mio papà da bambino.

È salda, ben impressa in me la sua immagine che guardando quella foto mi raccontava particolari della sua infanzia, del suo passato, giungendo perfino a parlarmi della guerra e della sua storia con mia madre.
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Forse la mia passione per la foto è nata anche da li? Chissà. Certo è che la fotografia racchiude la nostra storia, quella delle nostre radici; anche una sola immagine ricorda, evoca, narra: è memoria.

Ed è proprio sull’importanza della “memoria” che si è costruito questo evento dedicato alla FIT e promosso dalla Amministrazione Comunale di Sestri Levante.

La  FIT, (fabbrica italiana tubi) che ormai da 20 anni non esiste più,  ha lasciato un segno profondo nella memoria collettiva sestrese: per quasi un secolo è stata il volano dell’economia cittadina, ( negli anni settanta vi lavoravano quasi tremila addetti) ha contribuito a migliorare la condizione sociale di tante persone, è stata una grande opportunità per momenti collettivi di svago, di aggregazione sociale, di crescita personale.

Per narrare questa storia importante e complessa, con gli altri tre curatori, ( un multimedialista, uno storico e il direttore del futuro museo sestrese) si è deciso di affidare il ruolo principale, il filo conduttore, proprio alla fotografia.

Per fare ciò è stata operata una mediazione, non certo facile e scontata, tra il valore documentario di un’immagine, la sua forza evocativa e la tentazione di attribuirgli un valore assoluto di veridicità.

Questo punto è stato per me motivo di attenta riflessione e al proposito devo dire che è mi è apparso  molto complesso stabilire un confine tra ciò che è un mero documento, cosa quel documento vuole comunicarci, ed ancora come e perché è stato realizzato in quel modo.

Pertanto nella selezione del materiale ho cercato di coniugare diversi elementi scegliendo immagini che, pur ritraendo situazioni oggettive, restituissero quelle emozioni e suggestioni necessarie a dare forza e vigore, non solo alla vista, ma a tutti i nostri sensi.

Ho scelto fotografie di grandi spazi per una immersione totale nell’ambiente, capaci di trasmettere l’assordante rumore della fabbrica, il calore della fonderia, il sudore del lavoro.

Le immagini, recuperate da ex archivi dello stabilimento e da privati cittadini, sono state organizzate all’interno di quattro sezioni:  il luogo del lavoro, ossia la fabbrica, i suoi spazi e i suoi ambienti; i protagonisti del lavoro, ossia gli operai, i tecnici, gli impiegati e tutto quel dinamico microcosmo che gravitava intorno all’attività produttiva degli stabilimenti e dell’acciaieria; il tempo del dopo lavoro, e  l’ultima parte del percorso che apre l’obiettivo al prodotto del lavoro, e alla sua nascita per virtù del ferro, per virtù del fuoco e grazie alla maestria teorica e alla capacità empirica dell’uomo.

I contributi, non meno importanti di quelli fotografici, (suoni, dati e testi) forniti dagli altri curatori hanno reso l’evento molto particolare. Ed infine i testi scritti del sestrese Giovanni Descalzo (scrittore apprezzato nel panorama letterario italiano) che descrive la vita quotidiana nei reparti dove ha lavorato come operaio elettricista:

……………il reparto elettricisti è “uno stanzone altissimo dove boati e fragori dei banchi trafila, delle mole a smeriglio e i martellamenti dei magli, s’ammorzano contro le vetrate del tetto in una vibrazione costante di intensi ronzii”…………..i compagni di lavoro animano la giornata “a tutte le ore c’e’ sempre qualcuno che canta e qualcun altro che bestemmia”………………… 

 

Questo incarico, conferitomi dal Comune di S.L., è stata un’esperienza gratificante e stimolante, dove il lavoro di squadra mi ha arricchito professionalmente e personalmente, con la fotografia “filo conduttore”. La fotografia quale veicolo e collante per la memoria di una intera collettività, elemento di raccordo e unione tra discipline diverse e che da semplice documento diventa emozione, suggestione, arte.

Roberto Montanari

 

 

  1. Il Direttore says:

    La mostra “La tubifera” rientra nel percorso culturale denominato “La storia siete voi” che l’Amministrazione Comunale di Sestri Levante sta compiendo per giungere all’apertura di un Museo cittadino. Esso sarà un importante contenitore culturale perché si incentrerà anche sulla storia moderna del suo territorio. Oggi Sestri Levante ha un’economia nel turismo di fascia medio alta ma nel museo scopriremo che solo qualche decina d’anni fa “La tubifera” era la principale fonte di reddito in quel territorio. Un aspetto storico oggi sorprendente per chi soggiorna nella pace e nella bellezza di questa città di mare. Come dimostra questa mostra, che sarà una sezione dell’attività museale, la fotografia a Sestri Levante mette in moto l’elaborazione della memoria della comunità locale ed aiuta il turista a formare un giusto rapporto con la città. Grazie a Roberto Montanari che ci ha accompagnati a conoscere in anteprima questo recente passato della sua città e auguriamo a Sestri Levante di realizzare presto il suo Museo.

  2. Roberto Biggio says:

    Mostre come queste dovrebbero essere fatte anche nelle scuole per far vedere ai giovani che nel passato si può leggere anche il loro futuro.

    Roberto Biggio

  3. Orietta says:

    Io ho avuto il piacere di poter visitare la Mostra “La Tubifera:un secolo di lavoro” che ho sentito come un vero fiore all’occhiello nelle esposizioni Sestrine. Certamente ha contribuito in modo determinante l’allestimento, che curato con sapienza nella realizzazione di tutti i dettagli ha creato un’ atmosfera unica.
    Ci si sentiva coinvolti in modo totale. Si aveva l’impressione di entrare in fabbrica.
    E’ stata, per me, un’ esperienza molto forte; mio papà, da giovane, non lavorava alla Tubifera di Sestri ma era un operaio metalmeccanico, per cui nei volti affaticati, ma fieri del loro lavoro, di quegli operai ho incontrato anche lui.
    Ha ragione Roberto Montanari quando dice: “la fotografia da semplice documento diventa emozione, suggestione, arte”. E sono pure in perfetto accordo con Roberto Biggio che rileva l’importanza di far conoscere queste realtà ai giovani.
    Per questo post così intenso emozionalmente, che attraverso il testo e le immagini mette in risalto il valore dell’operosità, della forza e dell’ingegno dell’uomo, ringraziamo Roberto che ha voluto condividere con noi le sue riflessioni per stimolare le nostre.
    Orietta Bay

  4. Teofilo CELANI says:

    Testimonianza straordinaria quella di Sestri Levante, fortunatamente recuperata alla memoria.
    Condivido totalmente il pensiero di Roberto Biggio sulla necessità di condividere questo evento con le scuole.
    Sono fermamente convinto del fatto che un ‘evento culturale’ non condiviso con i giovani sia soltanto un ‘evento’.
    <>

  5. Piera Cavalieri says:

    Queste immagini piene di rumore , di calore , di umanità sono la testimonianza di un passato recente che a stento si riesce a immaginare e la fotografia , come ci fanno intendere le parole appassionate di Roberto, risulta essere una potente forza aggregante.

  6. Un percorso di vita dal bianco nero al calore della fonderia. Documentativo per noi, per i giovani d’oggi e di domani, complimenti a Roberto che ha creato un “tubo” unico con le emozioni sociali a contorno. Lugo

  7. Isabella Th says:

    Ho visto questa mostra con interesse e curiosità, forse all’inizio prevenuta dalla convinzione che si trattasse della solita rivisitazione di un’epoca industriale ed operaia che ormai non ci rappresenta più.
    La mano felice di Roberto Montanari mi ha, da subito, fatto capire che sbagliavo!
    Già dall’accesso alla sala espositiva, ho avuto la sensazione di entrare, non nel capannone anonimo di una fabbrica, ma nella vita di tutte quelle persone che negli anni vi hanno lavorato.
    E’ questo che ti fa capire come la forza dell’aggregazione sociale data dal “lavoro” modelli e migliori lo stato delle persone; questo processo è evidente dalle immagini esposte e da come sono state installate e presentate, senza mai dimenticare che tutto è frutto di fatica ed impegno.
    Sono uscita da questa mostra con occhi, orecchi e mente appagati!
    Condivido il consiglio di proporre queste attività alle scuole e, non solo. Forse a qualche politico?

  8. Rosangela says:

    Purtroppo non ho visitato la mostra personalmente ma ho visto quanto pubblicato sul sito ed e’ stato un tuffo nel passato. Ho vissuto per anni a Lavagna e mi sono tuffata nel suo mare ai tempi in cui c’erano ancora i”muraglioni dei tedeschi”. Ho visitato con la scuola le acciaierie di Genova Corniliano. Ho conosciuto una persona , purtroppo per breve tempo, che lavorava alla FIT e visitare il vostro sito mi ha regalato tanti emozionanti ricordi.Grazie

  9. Esiste ancora un ufficio FIT o di Curatore ??
    3883292141

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