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Sally Mann – di Isabella Tholozan

Sally Mann

di Isabella Tholozan

 Ho pensato tanto all’impronta da dare a questo incipit, ero incerta sulla scelta dell’approccio, accademico oppure letterario.

Poi ho pensato all’artista che presento, decidendo così di esprimermi di “pancia”, d’istinto, proprio come avrebbe fatto lei stessa.

Si, perché io mi sono innamorata di Sally Mann, dei suoi grandi occhi sempre spalancati sul mondo, così bella, semplice, disinvolta, coraggiosa.

L’ho conosciuta da poco, sono entrata nella sua vita grazie al documentario “What Remains”, diretto da Steve Cantor, nominato all’Emmy come migliore documentario nel 2008.

Ho iniziato così a pedinarla, grazie ad Internet ho avuto modo di conoscerla meglio, come persona, come fotografa, come artista.

Sempre sulla rete ho trovato diversi filmati che la vedono protagonista, in essi Sally Mann racconta della sua vita, della famiglia, del “fare-fotografia”, del messaggio che accompagna le sue opere e del perché preferisca l’uso del banco ottico, delle tecniche antiche di stampa, dei grandi formati.

Sempre più innamorata mi sono così ritrovata ad andare convulsamente alla ricerca delle sue opere, degli articoli a lei dedicati, delle critiche, qualche volta velenose, delle pubblicazioni, ormai introvabili.

Ed eccomi qui, come tutti gli innamorati, a godere nel raccontare al prossimo del soggetto amato, per alcuni di voi, forse, con troppa enfasi, troppo trasporto, troppi aggettivi ma, si sa, agli innamorati si perdona tutto.

 A parte gli scherzi, con questo mio nuovo intervento voglio presentarvi Sally Mann, per alcuni di voi forse già conosciuta, per altri, mi auguro, una piacevole scoperta!

Vissuto

Sally Mann è nata nel 1951 nel sud degli Stati Uniti, in Virginia, più precisamente a Lexington.

Il padre, medico generico, la madre bibliotecaria alla Washington and Lee University di Lexington, Sally Mann, ultima di tre fratelli, si dedica con successo agli studi artistici, iniziando, dopo il diploma conseguito alla Puttney School nel 1969, a lavorare come aiuto fotografo alla Washington and Lee University.

Il talento che dimostra per la fotografia è compreso e incoraggiato dal padre e, proprio con la vecchia macchina 5 x 7 del genitore, Sally, inizia ad appassionarsi all’uso di strumenti di grande formato.

 L’interesse verso queste macchine non la abbandonerà, di fatto, mai, anzi, la vena creativa troverà successivo sviluppo proprio grazie all’uso di macchine antiche, come la fotocamera 8 x 10, vecchia di cento anni oltre che alla stampa con tecniche antiche come il collodio umido e l’ambrotipo.

Ambrotypes (2006/2007)

L’uso di lastre al collodio umido, tecnica risalente al 1860, le è insegnato dal maestro France Scully Osterman (www.collodion.org) consentendole sviluppi attraverso i quali le immagini acquistano atmosfere particolari, nebulose e rarefatte, sicuramente lontane dalla precisone asettica cui ci ha abituato la tecnologia digitale.

La prima mostra personale è del 1977, da allora lavora con assiduità e successo, esponendo nelle gallerie più prestigiose d’America e d’oltre Oceano

Oggi è nota al pubblico come fotografa e documentarista, ottenendo numerosi riconoscimenti internazionali tra i quali la nomina, nel 2001, ad “America’s best Photographer” ricevuta dal Time Magazine ed il titolo onorario di “Doctor of Fine Arts” nel 2008.

 Poetica

Sally Mann si definisce un’istintiva, incapace di decidere cosa e come fotografare ma di sfruttare il momento, l’evento all’interno della propria esistenza.

Il soggetto non conta, non è importante cosa fotografiamo ma cosa vogliamo che sia quello che decidiamo sarà il soggetto.

E così ecco che tutto può essere rappresentato, panorami, ritratti, il proprio viso, i figli, oggetti improbabili come gli ossi per alimentazione canina, carcasse e cadaveri in putrefazione, l’evoluzione drammatica di una malattia.

 

Guardando le sue opere, osservando la scelta dei soggetti, si scopre un’artista certamente fuori dagli schemi, istintiva, come lei stessa si definisce ma, attenta al linguaggio fotografico, alla scelta della composizione, alla creazione delle giuste atmosfere.

L’uso del bianco e nero, utilizzato quasi esclusivamente dalla Mann, aumenta l’effetto metafisico degli scatti, enfatizza la profondità degli sguardi e smorza la concretezza dell’oggetto raffigurato addolcendone così l’effetto finale.

Family Pictures
Tematica

La quotidianità dell’autrice si trasforma così, in “performance fotografica”, dove il soggetti diventa opera, a testimonianza indelebile di vita privata.

Vita privata vissuta in Virginia, stato già di per sé carico di storia, intriso di quelle atmosfere tipiche degli stati del sud, quel “Deep South” ricco d’identità culturale, dove l’assassinio per motivi razziali del giovane afroamericano Emmett Till, divenne, nel 1955, mito, evento scatenante che contribuì a dare forza agli allora nascenti movimenti per i diritti civili.

Deep South (2005)

 Immersa in queste atmosfere vive e lavora Sally Mann, circondata dalla natura, dagli animali della sua fattoria, dagli amati cavalli e dalla famiglia, composta dai tre figli, tutti ormai adulti e affermati, e dal marito Larry, avvocato.

A quest’ultimo, affetto da distrofia muscolare, è dedicato uno degli ultimi lavori, intitolato “Proud Flesh”, in cui sono scandagliati e raffigurati gli effetti della malattia sul corpo del compagno.

Proud Flesh (2009)
Processo creativo

E’ quindi il coraggio che identifica Sally Mann come fotografa capace di affrontare temi culturalmente considerati tabù come la percezione infantile e adolescente della sessualità, la malattia, la morte.

Espressione di questa poetica e del suo processo creativo, sono sicuramente i suoi lavori più importanti, “Immediate Family”, “Deep South”, Body Farm.

Immediate Family (1992)

Conclusioni

La carne, la vita, la malattia, la morte, l’inesorabile intervenire del tempo, questi sono i temi esplorati da Sally Mann, sono le costanti che emergono in tutti i suoi lavori.

Artista completa, appartiene alla sua terra, abbraccia con essa le radici culturali dei pionieri, inevitabilmente ne rimane contagiata, non solo di fotografia ma di poesia, pittura e scultura, è ricca la sua opera.

Prima di lei, altri artisti hanno esplorato la vita e la morte, in modi diversi, personali, trascinandosi appresso il proprio bagaglio di dolore, di paura, alla scoperta del destino dell’uomo.

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

 
Isabella Tholozan

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10 commenti

  1. Isabella Tholozan, dopo Piera Cavalieri, ha improntato il suo studio della fotografa Sally Mann seguendo la griglia d’analisi dell’autore: Vissuto, Tematica, Processo creativo, Poetica, Conclusioni. E’ importante, per giungere a una conoscenza più ampia, tentare di descrivere un autore, non solo con le impressioni soggettive, ma entrando in profondità nel suo linguaggio in modo scientifico: tentando di dare i contenuti agli argomenti della griglia suddetta. Sally Mann non è famosa come le altre fotografe americane già studiate su Agorà Di Cult, è quindi per molti una rivelazione. Essa ci porta a contatto con un rapporto con la vita umana particolarissimo perchè espresso in modo contemporaneamente diretto e caldo di sentimenti molto intimi, tipici di una letteratura americana alla “Spoon River”. Sally Mann è un’artista che ha molto chiaro il concetto d’opera, mi ha colpito questa evidente progettualità quando già a metà degli anni ’90 vidi a Bologna la sua “At twelve”. Ciò che maggiormente apprezzo del suo linguaggio fotografico è il suo cercare la verità che sta nelle cose partendo dal visibile ma connotandolo energicamente con i segni densi della propria spiritualità, senza lasciare discorsi a metà.

  2. Splendida recensione, complimenti Isabella, occhio Sivano che rischi il posto!!
    Salutoni ci si rivede a Sestri Levante Roberto Biggio

  3. Complimenti e mille grazie, Isabella, per l’intensa recensione relativa ad un’autrice a me sconosciuta; sicuramente seguirò il tuo esempio e cercherò di conoscerla meglio.
    Cordiali saluti, Jeannette

  4. Sally Mann o Sailor Moon, a volte i calembour di certi suoni, vai a sapere.
    Banco ottico, antiche stampe. Di pancia, convulsamente. Agli innamorati si perdona tutto.
    Ambrotypes (volti o rigor mortis?)
    Il soggetto non conta, non importa ma cosa vogliamo (una contraddizione in termini?)
    Istintivo, metafisico.
    La carne (putrefatto?) la vita (quale?) la morte (meno male era ora)
    Niente più? Fatta salva l’espressione alcuna, poco ci convince la messa in scena, in tutti i sensi.
    Ah certo. Chi siamo da dove veniamo e soprattutto dove andiamo? Basterebbe, nel caso, l’osservazione del Nobel Carlo Rubbia a rendere più drammatica la cosa.
    Si può immaginare di dire qualcosa sulle immagini? Francamente no, poi trovo il tutto di manierismo spiccio e tipicamente nordamericano che poco ci azzecca con la cultura visiva, e s’immagina fotografica, del Belpaese. Ad un colonialismo a star&strips becero e manicheo non si prende in considerazione. Stereotipi piccoli borghesi e pendant manierismo. Pattume del Nuovo Ordine Mondiale con lastre banco ottico e antiche stampe a corredo, naturalmente.

  5. Una domanda mi sorge spontanea….ma ci sarà mai qualcosa o qualcuno gradito al maestro Annunziata? Mah….

  6. Campa cavallo che l’argumentum ad hominem cresce.
    Delle immagini presentate resta alquanto inverosimile la presenza dell’acqua (la prima immagine). E dal titolo: profondo. Certo sud a corredino.
    Una mano lava l’altro, una lavata di capo, e poi pozza stagno ruscello infine fiume mare. E di nuovo vapore e pioggia fine fitta acquazzone, tromba d’aria diluvio. Universale.
    L’accozzaglia di teschi (seconda immagine) non ha neanche la drammatica poesia di un, ad esempio Giacomelli, e le sue “Arriverà la morte e avrà i tuoi occhi”. Un sonno eterno senza fine.
    L’arto estrapolato (terza immagine) affiora, nella posa rigor mortis, proprio dall’acqua. Ma è sensato del diluvio.
    I bambini (quarta immagine) selvaggiamente presenti, ma in numero di tre. Non a caso.
    Il clou è la sottostante ultima, in tutti i sensi, immagine. Uno dei tre, dalla chioma pare una bambina-donna, non ha nulla a che vedere con la Pietà (vaticana) di Michelangelo, a buttarla lì. Bensì un che di luciferino. Stretta tra gambe, il corpo è palesemente abbandonato al sonno della Morte, poetico eh. Tuttavia le gambe che la cingono a ben vedere sono di uomo, a meno di essere una donna con gravi problemi di vene varicose sulle cosce. La mano destra, le dita sotto l’arcata mandibolare, tastano la jugulare per verificarne il decesso. La sinistra, poi, nel sollevare appena le dita della vittima è di chi con due dita, si conforta del decesso. La mano, infine, a ben guardare con il mignolo che solleva a mala appena l’esangue crea un arco. Palese e manifesto il segno delle corna dato dall’indice flesso. Segno satanico per eccellenza che fa di un corpo “vergine” e rituale di sangue l’omaggio demoniaco alla Potenza. Il corpo, in alto a sinistra sopra il capezzolo che sembra una ferita (mortale) un segno di serpente o dragone che dir si voglia. Vogliamo giocare ancora o basta così?

  7. Adesso che nessuno critichi la lettura dei segni naturali espressa da Michele Annunziata, perché il segno naturale non ha un unico significato ma inevitabilmente esso ne assume uno soggettivo, in base alla cultura del lettore. Quindi non esiste un’unica lettura di queste fotografie. Questo non deve stupire perché è lo stesso meccanismo attraverso il quale ognuno di noi legge le vicende della vita.
    Gli stessi segni, letti da Michele, a me parlano con altri significati e penso sia logico immaginare che per Sally Mann possano averne altri ancora. La poliedricità del significato della realtà come dell’immagine fotografica è connaturale alla fotografia, per i forti legami che questa intrattiene con il reale.
    Quindi le immagini di Sally Mann vanno intese come dispositivi semantici in grado di suscitare in ognuno la elaborazione di significati soggettivi che, in quanto tali, sono solo una voce della più ampia lettura corale di quelle immagini. Paradossalmente se vi dicessi cosa dicono a me queste immagini, io non parlerei di quelle fotografie ma semplicemente mostrerei un lato intimo e personale di me stesso che viene a rivelarsi dalle sollecitazioni provocate dai misteriosi dispositivi iconici di Sally Mann.

  8. le cose di “pancia” sono le migliori… quando è l’istinto e non la ragione a guidarci, esce la nostra parte migliore! Brava Isa, bella interpretazione e presentazione di un’artista complessa e provocatoria… come solo certe donne riescono ad essere.

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