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Giu 10, 2018

Posted | 7 Comments

MANIFESTI VIRTUALI_ 06.1 – di Monica Mazzolini

MANIFESTI VIRTUALI_ 06.1 – di Monica Mazzolini

 

 

 

 

 

 

 

Laboratorio di Storia della fotografia
LAB Di Cult 025 FIAF,
coordinato da Monica Mazzolini

Quando la fotografia diventa “Istantanea”
(prima parte)

C’è una data precisa che segna il passaggio cruciale verso la fotografia moderna. E’ l’8 settembre 1871 quando il “British Journal of Photography” pubblica un articolo intitolato “An Experiment with Gelatino-Bromide” del medico di professione e fotografo (dilettante) Richard Leach Maddox. L’importanza di questo documento consiste nel fatto che viene descritto il procedimento per la preparazione di lastre fotografiche secche, fatte con la gelatina, che sostituiranno il collodio (umido e secco) utilizzato fino a questo momento. Il vantaggio della gelatina, ottenuta dalla bollitura di ossa e tessuti connettivi animali, consisteva nel fatto di essere meno tossica, più sensibile (fenomeno dovuto alla chimica, alle reazioni tra la gelatina ed i sali d’argento) e poteva essere prodotta in elevate quantità.

 

Richard Leach Maddox (1816-1902) 

L’articolo di Maddox ha un incipit interessante (riportato qui di seguito) per le premesse fatte a proposito dell’interesse da parte dei lettori e per il modo in cui la ricerca è stata da lui svolta; nel testo originale viene scritto “careless experiments” ossia esperimenti fatti con poca cura:

“I processi al collodio-bromuro hanno occupato per molto tempo un posto considerevole nelle pagine del British Journal of Photography… tanto che alcune osservazioni sull’applicazione di un altro medium potrebbero essere poco interessanti per i lettori della rivista, sebbene si possa dire qualcosa circa il risultato di esperimenti fatti con poca cura, provati all’inizio in un pomeriggio molto noioso” […].

Dopo tali premesse – quasi a tutelare il suo operato e la possibile validità del procedimento – inizia una minuziosa descrizione (ho aggiunto tra parentesi alcune precisazioni al testo originale tradotto):

“La gelatina… è stata provata al posto del collodio in questo modo: trenta chicchi di gelatina di Nelson (un tipo di gelatina animale) sono stati lavati in acqua fredda… con l’aggiunta di quattro dracme (la dracma è un’unità di peso – è anche una moneta – in uso nell’antica Grecia: δραχμή o drakmé che corrisponde a 6.3 grammi) di acqua pura e due piccole gocce di acqua regia (una miscela, instabile a temperatura ambiente, composta da acido nitrico e acido cloridrico in rapporto di 1:3), e poi messi in una bacinella di acqua calda per la soluzione. Vengono aggiunti otto granelli di bromuro di cadmio sciolti in mezza dracma di acqua pura, la soluzione viene agitata delicatamente. Quindici granelli di nitrato d’argento sono poi disciolti in una provetta con mezza dracma d’acqua, e il tutto portato nella stanza buia, dove quest’ultimo viene aggiunto lentamente al primo, mescolando il composto per tutto il tempo. Si ottiene una bella emulsione lattea, che viene lasciata a riposo a stabilirsi. Alcune lastre di vetro ben pulite vengono sistemate su una lastra di metallo posta sopra una piccola lampada; vengono, quando completamente scaldati, ricoperti dall’emulsione spalmata ai bordi da una bacchetta di vetro, quindi riposti e lasciati asciugare. Una volta asciutte le lastre presentavano un aspetto sottile, opalescente, e il deposito di bromuro sembrava essere distribuito in modo molto uniforme nella sostanza del substrato” […].

Altri dettagli sono specificati nel lungo articolo che descrive la procedura. Molto interessante è la frase finale di Maddox che in maniera quasi timida evidenzia l’importanza della scoperta e la necessità di apportarvi perfezionamenti:

“Poiché non ci sarà alcuna possibilità che io possa continuare questi esperimenti, essi sono posti nel loro stato grezzo prima di tutto per i lettori del giornale, e potrebbero eventualmente ricevere correzioni e miglioramenti ad opera di mani più abili. Per quanto si possa giudicare, il processo sembra meritevole di esperimenti da condurre più attentamente e, se ritenuto vantaggioso, potrebbe aggiunge un altro aiuto al lavoro del fotografo”.

In merito a questa importante innovazione Richard Leach Maddox il 12 febbraio 1901 riceverà la medaglia della Royal Photographic Society.

Iniziano una serie di esperimenti e prove per migliorare questa tecnica, non ancora del tutto performante e perfetta. Nel 1873 l’inglese Richard Kennet mette a punto un primo avanzamento per aumentare la sensibilità alla luce. Sempre nello stesso anno il ricercatore tedesco H.W. Vogel migliora la sensibilità al colore. Nel 1878 Charles H. Bennet riesce ad ottenere un’emulsione con una sensibilità mai raggiunta prima, con tempi vicini a 1/25 di secondo in pieno sole. Si raggiunge in questo modo la possibilità di fotografare soggetti in movimento. Tale tematica sarà molto cara ai fotografi del movimento degli inizi del ‘900 definito “Fotodinamismo” (collegato al Futurismo in pittura) con i Fratelli Bragaglia come maggiori esponenti (un post sarà dedicato a questo movimento e alla fotografia ad esso collegata). Per la velocità di ripresa, la fotografia diventa “istantanea”. Molti ancora i difetti e le caratteristiche da affinare ma… che grande rivoluzione!

Uno dei pionieri della fotografia del movimento è Eadweard Muybridge (1830-1904) che, inglese di origine, emigra negli Stati Uniti dove conduce i suoi studi. Nel 1872 Leland Stanford (governatore della California) gli conferisce l’incarico di studiare il movimento dell’andatura del cavallo. Il risultato è la famosa sequenza di fotogrammi dal titolo “Cavallo al galoppo” (1878) ottenuta mediante l’attivazione di una serie di fotocamere – poste a prestabilite distanze l’una dall’altra durante il percorso – utilizzando lastre alla gelatina ed un tempo di esposizione pari ad 1/500 di secondo. Un metodo che possiamo definire essere l’antenato del fotofinish. Attraverso quest’analisi (scientifica) si riesce a capire la reale sequenza del movimento che, se confrontato con i dipinti ottenuti fino a questo, momento ci fa comprendere quanto la fotografia sia (anche) un valido strumento di documentazione.

 

Eadweard Muybridge: Cavallo in movimento (19 giugno 1878 a Palo Alto)

 

Théodore Géricault “Derby a Epsom, oppure Corsa di cavalli” 1821 (Louvre Museum – Parigi)

Il lavoro di analisi del movimento catturato da Muybridge viene in seguito portato a termine da Edgar Degas (1834-1917) che studierà a fondo tutte le posizioni assunte dal cavallo comprendendo che la fotografia poteva essere, più che una rivale nella rappresentazione della realtà, uno strumento di supporto che permetteva di andare oltre la capacità visiva dell’uomo. “Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo” (Paul Valéry, 1938).

 

Eadweard Muybridge: Donna che balla (1887) Scheda 187 tratta da “Animal Locomotion” (1893)

“Solo la fotografia ha saputo dividere la vita umana in una serie di attimi, ognuno dei quali ha il valore di un’intera esistenza” (E. Muybridge).

Muybridge progetta lo Zoopraxiscopio ed inizia a collaborare con l’Università della Pennsylvania ottenendo la conseguente pubblicazione del libro dal titolo: “Descriptive Zoopraxography. Animal locomotion” (1893). Possiamo considerare tale strumento il mezzo che ha preparato la strada verso l’invenzione del cinema essendo questo un proiettore che permetteva di vedere rapidamente singole immagini in sequenza, ottenendo una sorta di animazione.

 

Dal libro di Edweard Muybridge – “Descriptive Zoopraxography. Animal locomotion” (1893)

A proposito d’invenzioni, interessante è il fucile fotografico (o fotofucile datato 1882) ideato da Étienne Jules Marey (1830-1904) un fisiologo, cardiologo ed inventore francese studioso dei movimenti ed un vero pioniere della cinematografia. Diventa famoso per la progettazione e costruzione di un sistema adatto alla registrazione fotografica del moto rapido di uomini e animali. Il fucile fotografico – dotato di 12 lastre separate poste in una piccola camera oscura con la canna che funziona da mirino e all’interno della quale è collocato l’obiettivo – funzionava come un “normale” fucile da caccia ma capace d’impressionare dodici fotogrammi in un secondo… forse deriva da qui il modo di dire inglese “shoot (sparare) a photo”?

 

A sinistra: una fotografia di Étienne Jules Marey (Napoli, marzo 1882) usata come modello per l’incisione pubblicata sulla rivista “La nature”. A destra: incisione che illustra il fucile fotografico pubblicato nel numero 464 della rivista “La nature” il 22 aprile 1882 pagina 326.

 

Schema del meccanismo che compone il fucile fotografico: 1- visione d’insieme dell’apparecchio. 2- otturatore e il disco a finestra. 3- contenitore con lastre sensibili.

 

Etienne-Jules Marey – Volo del pellicano (1883)

 

Etienne-Jules Marey – Palla che rimbalza, studio di traiettoria (1886)

A Marey si deve uno dei più antichi “filmati” della storia: “La Vague” (1891) della durata di 16 secondi, realizzato con questa sua invenzione. Guardandolo notiamo che la sequenza delle immagini si muove a scatti non restituendo pienamente l’illusione di un movimento continuo.

Altri studiosi si adoperarono per inventare e mettere a punto strumenti per la riproduzione di immagini in movimento. Nel Regno Unito il 14 ottobre 1888 Louis Le Prince riesce ad ottenere immagini di persone in un giardino “Roundhay garden Scene” (il filmato è brevissimo pochi secondi ed è qui mostrato in loop). Poi arriveranno i fratelli Auguste e Louis Lumière. Il primo film con il cinematografo (della durata di 1 minuto e mezzo circa) viene girato il 19 marzo 1895 al numero 21-23 di rue Saint-Victor a Lione mostrando operai ed operaie che escono dalla carpenteria della loro fabbrica dopo il lavoro.

 

Altri sono i nomi di coloro che hanno studiato il movimento. Tra questi da ricordare Albert Londe (1858-1917) ricercatore medico parigino addetto a fotografare le pazienti durante le crisi isteriche e durante i trattamenti.

 

Albert Londe – Donna isterica (1890)

Inoltre – tornando indietro di un decennio dall’utilizzo della gelatina – da ricordare un altro nome molto famoso: Nadar. In particolare Félix Nadar (1820-1910) con il suo “autoritratto rotante” che risale al 1865 ma anche il figlio Paul che ritrae il padre che dialoga con Michel Eugene Chevreul (1886).

 

Félix Nadar – Autoritratto rotante (1865 pertanto antecedente all’utilizzo della gelatina) realizzato da più angolazioni ottenendo una serie di 12 fotogrammi che poi mostra creando un semplice sistema per vedere le immagini in sequenza con un movimento di rotazione.

 

Paul Nadar (1856-1939) – Ritratto di Félix Nadar e Michel Eugene Chevreul (1886). La sequenza delle fotografie viene pubblicata la domenica 5 settembre 1886 sulla rivista “Le Journal illustré” numero 36. Il titolo dell’intervista è: “L’art de vivre cent ans” (L’arte di vivere cento anni) e le fotografie sono state fatte in occasione del compimento dei 100 anni di Chevreul.

Traduzioni a cura di Monica Mazzolini

  1. Il Direttore says:

    Visto che anche Richard Leach Maddox è un dilettante (non un professionista) è o nel DNA della fotografia quella di progredire grazie dalla passione dei suoi inventori. Anche per l’istantanea non è stato diverso.

    Mentre i professionisti erano impegnati con il collodio umido, con le sue complessità artigianali per essere usato, Richard Leach Maddox capiva il valore dell’immagine che ferma l’attimo prima di riuscire a realizzarla; l’ha tanto desiderata che l’ha cercata in tutti i modi fino ad ottenerla.

    Per noi oggi è impressionante la formulazione e il laborioso processo per ottenere la gelatina sensibile ma le conseguenze saranno ancor più grandi. La foto istantanea ha sconvolto la percezione della vita privata e avviato un’epoca di forte modernità dove la tecnica fotografica non finirà mai di progredire raggiungendo risultati inimmaginabili.

    Grazie a Monica Mazzolini per porci a conoscenza di queste radici storiche che creano in noi la consapevolezza del mezzo.

  2. molto bello e interessante. chiedo se posso utilizzarne una parte per l’assoc. medici fotografi italiani AMFI, citando la fonte.
    grazie. danilo susi

    • Il Direttore says:

      Grazie Danilo per il tuo apprezzamento, Agorà Di Cult è spazio pubblico e citandola può essere diffusa ai vostri contatti.

  3. Isabella Tholozan says:

    La passione e l’ossessione hanno dato all’uomo la possibilità di creare e progredire.
    Meraviglia sempre leggere di questa materia così affascinante, la fotografia! Che amiamo e che, quindi, è per noi ossessione.
    Personalmente mi affascina sempre di più lo scoprire il dove, il come, il quando e il perché. Le motivazioni sono importanti, da sempre la curiosità ha esordito in grandi rivelazioni. Posso solo immaginare l’entusiasmo provato da queste persone che, con dedizione e caparbietà, hanno ottenuto risultati così importanti in una manciata di anni.
    Adesso noi schiacciamo un tondino disegnato su un vetro!
    Chissà cosa è più affascinante! Certamente la storia ci aiuta a capire e a pensare, ogni volta che schiacciamo quel “tondino”.

  4. Monica Mazzolini says:

    Grazie Danilo per il tuo interesse. Mi fa molto piacere (e credo che sia anche il pensiero di Silvano) se ciò che è proposto qui su Agorà viene utilizzato nei vari circoli e associazioni. Questo è uno dei nostri obiettivi. Grazie! Monica

  5. Rosella Centanni says:

    Grazie, Monica Mazzolini, di farci conoscere i primordi della Fotografia, in modo chiaro e interessante!

  6. Orietta Bay says:

    E’ importante ed interessante diffondere questi approfondimenti. Credo che sia proprio lo spirito del Dipartimento Cultura: dire per stimolare e generare passione per l’approfondimento.
    Buon cammino.
    Orietta Bay

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